In assenza di una strategia industriale di lungo periodo, gli Agnelli dialogano più facilmente con la Francia di Emmanuel Macron che con il premier Giuseppe Conte. E avviano una discussione sulle prospettive delle nozze fra Fca e Renault che porteranno alla nascita del terzo gruppo automobilistico al mondo. Con il risultato che Parigi potrà far valere il suo peso, mentre Roma rischia di subire un’operazione dalle pesanti ricadute economiche e sociali sul Paese.

Eppure, lo ricordano casi come Termini Imerese, il settore dell’automotive è particolarmente importante per l’Italia. Secondo uno studio di Cassa Depositi e Prestiti, Sace Simest e Anfia datato 28 febbraio scorso, il comparto automobilistico “è infatti un anello chiave dell’industria italiana: con 93 miliardi di euro di fatturato – da solo equivale al 5,6% del Pil italiano -. Dà occupazione a ben 250mila addetti, pari al 7% dell’intero settore manifatturiero”. Non a caso il report si preoccupa delle “nuove sfide per mantenere un ruolo centrale nell’economia italiana” in una fase di consolidamento internazionale. E l’amministratore delegato di Cdp, Fabrizio Palermo, evidenzia come “l’automotive rappresenta una parte rilevante del patrimonio industriale del Paese, con importanti riflessi sull’economia nazionale anche in termini di indotto”.

Ciononostante, il braccio finanziario del Tesoro non è entrato nel capitale di Fca, ma ha preferito fare altre scelte di investimento. Nelle infrastrutture, la cassaforte dei risparmi postali degli italiani ha messo i soldi in Snam, togliendo le castagne dal fuoco all’Eni. Nelle telecomunicazioni, ha puntato centinaia di milioni sull’indebitata Telecom Italia e ha creato la rivale Open Fiber assieme all’Enel. E ora, nelle costruzioni, sta studiando un progetto per la creazione di un campione nazionale che ruoti attorno a Salini Impregilo e provveda possibilmente anche al salvataggio di Astaldi. Nell’automotive Cassa Depositi e prestiti è invece pressoché assente.

E pensare, in questa fase, la presenza dello Stato in Fca sarebbe stata strategica come dimostra quanto sta accadendo a Parigi che è proprietaria del 15% di Renault. Una quota che, post-fusione, sarebbe dimezzata lasciando alla holding della famiglia Agnelli, Exor, il ruolo di primo socio del gruppo con il 14,5 per cento. L’ipotesi però non piace al sindacato d’Oltralpe. Non a caso, temendo che la fusione Fca-Renault porti in dote riorganizzazioni degli impianti e tagli ai lavoratori, il sindacato CGT ha chiesto allo Stato di conservare “una minoranza di blocco”.

“Se una tale fusione (…) dovesse realizzarsi, saranno ancora una volta i lavoratori che pagheranno nuova soppressioni di posti di lavoro – spiega la CGT in una nota – In ogni caso, il governo deve conservare una minoranza di blocco che permetta di far prevalere gli interessi francesi”. Un tema caro anche al governo di Édouard Philippe che ha messo già le mani avanti. In un’intervista rilasciata a BFM-TV, la portavoce dell’esecutivo, Sibeth Ndiaye, ha tenuto a puntualizzare che “bisogna vedere a quali condizioni – l’operazione – verrà realizzata. Dovrà essere favorevole allo sviluppo economico e industriale di Renault”. Per l’edizione online di Le Monde di lunedì 27 maggio, Ndiaye “ha anche stimato che un tale progetto è suscettibile di rispondere alle problematiche di sovranità economica europea e francese.” Tutto da vedere se sarà utile anche all’Italia.

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