È andata come poteva andare, tra Fca e Renault. Troppi i nodi da sciogliere e poco il tempo per farlo. Semmai, bisognava trattare a fari spenti per dirimerli, prima di uscire allo scoperto. La fumata nera è arrivata nella notte, complici Nissan, che si è messa di traverso, e lo Stato francese, che ha chiesto più tempo, innescando la secca retromarcia dei vertici dell’azienda italo-americana, capitanati da John Elkann. Era noto da tempo che i giapponesi volessero allentare i legacci con Renault. Troppo il divario tra le percentuali di controllo (Renault possiede il diritto di voto ed il 43% di Nissan, che invece detiene solo il 15% della Losanga), a fronte dello squilibrio nelle vendite, che nel 2018 sono state pari a 5,65 milioni di vetture per Nissan, contro i 3,88 milioni della casa di Boulogne-Billancourt. Stando a fonti nipponiche, in questa situazione l’eventuale fusione con Fca sarebbe stata vista da Tokyo come un ulteriore, asfissiante, cappio al collo.

Ora cosa succederà? Tutte le opzioni rimangono sul tavolo, compresa quella poco probabile di rimanere single. Tenendo ben presente che, al di là della “strategia indipendente” sbandierata nella nota con cui Fca ha annunciato il ritiro della proposta di fusione coi francesi, il gruppo italo americano è in debito di piattaforme e tecnologia elettrificata. E nel 2021 scatterà in Europa il limite sulle emissioni di CO2 di 95 grammi per km: un appuntamento da non mancare, pena multe severe. Sullo sfondo, dopo una trimestrale così così, c’è pure la semestrale FCA, i cui numeri potrebbero non essere troppo lusinghieri: sarebbe strategico poter concentrare l’attenzione mediatica su un’eventuale matrimonio, anziché sulle cifre di bilancio.

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