Si allarga l’indagine sui magistrati della procura di Roma. La Guardia di finanza – su mandato della procura di Perugia – ha perquisito casa e ufficio del pubblico ministero Luca Palamara, indagato per corruzione, in relazione ai suoi rapporti con l’imprenditore Fabrizio Centofanti, arrestato nel 2018 a Roma e scarcerato, in attesa di giudizio. Altre tre informazioni di garanzia sono state notificate a Luigi Spina, membro togato del Csm della corrente Unicost, la stessa di Palamara; all’avvocato Pietro Amara e al lobbista Fabrizio Centofanti, l’imprenditore che nella tesi dell’accusa avrebbe pagato le vacanze allo stesso Palamara.

La procura di Perugia ha notificato anche un invito a comparire al pm della procura di Roma Stefano Fava, calabrese come Palamara e amico del collega da molti anni. Fava è l’autore di un esposto inviato a marzo al Csm sulle presunte ragioni di astensione in capo all’ex procuratore di Roma Giuseppe Pignatone e al suo aggiunto Paolo Ielo per gli incarichi che sarebbero stati assunti dai due fratelli dei magistrati, entrambi avvocato di grido. Circostanze – quelle del conflitto d’interessi – che nell’avviso a comparire recapitato a Fava la stessa procura di Perugia – competente per i reati dei magistrati romani – considera “allo stato smentite dalla documentazione sin qui acquisita”.

Ora i pm di Perugia entrano in quella storia di contrapposizioni tra magistrati romani. Da un lato fanno capire che considerano irrilevanti le cose sostenute contro i pm Pignatone e Ielo da Fava. Dall’altro lato contestano come un’ipotesi di reato la consegna da parte di Fava degli allegati a quell’esposto, atti presi dal fascicolo non più segreto. La svolta investigativa di Perugia svela un retroscena importante nella vicenda dell’esposto, della quale si era occupato Il Fatto. Per i pm di Perugia, quell’esposto (o almeno i suoi allegati) era stato condiviso con Palamara in una conversazione del 16 maggio nella quale quest’ultimo chiedeva a Fava notizie sull’innesco romano delle indagini a suo carico.

Il pm Fava è accusato dai colleghi umbri di rivelazione di segreto d’ufficio e favoreggiamento. Al centro c’è sempre Luca Palamara, ex consigliere del Csm ed ex presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, anche lui in servizio nella Capitale come sostituto. Palamara infatti è indagato dalla procura di Perugia per corruzione. E Fava è accusato di aver rivelato a Palamara i motivi per i quali era indagato dalla procura di Perugia.

Fava è indagato dai pm perugini perché avrebbe rivelato i segreti di cui era titolare “quale sostituto procuratore titolare del procedimento penale n.44630/16, in seno al quale erano scaturiti gli accertamenti che avevano poi imposto la trasmissione degli atti alla procura della Repubblica di Perugia nei confronti di Palamara Luca (reati di corruzione di cui al presente procedimento) confluiti nella nota di indagine che la Procura di Perugia aveva inoltrato al Csm in relazione alla iscrizione nel registro degli indagati nei confronti di Palamara Luca, violando i doveri inerenti al sua funzione e abusando della sua qualità”. Come avrebbe realizzato Fava questa violazione del segreto? “Comunicando – scrivono i pm di Perugia – con Palamara e rispondendo alle sue plurime e incalzanti sollecitazioni, gli rivelava come gli inquirenti fossero giunti a lui, specificandogli che gli accertamenti erano partiti ‘dalle carte di credito’ di Centofanti Fabrizio e si erano estesi alle verifiche e pernottamenti negli alberghi, rivelendogli altresì alcuni retroscena delle indagini”.

Fabrizio Centofanti, imprenditore ed ex capo delle relazioni istituzionali del gruppo Acqua Marcia di Francesco Bellavista Caltagirone, è l’uomo che inguaia Palamara. I pm di Perugia ipotizzano che avrebbe corrotto il pm pagandogli gli alberghi per alcune brevi vacanze. Palamara nega. Arrestato nel febbraio del 2018 per frode fiscale, considerato vicino agli ambienti del Pd, Centofanti è in affari proprio con Piero Amara, l’avvocato siciliano al centro del caso delle sentenze comprate al consiglio di Stato. Proprio su Amara indagava Fava, prima d’imbattersi in Centofanti. Anche se, secondo quanto risulta al Fatto, nel fascicolo di cui Fava era titolare non c’era l’informativa della Guardia di Finanza sugli accertamenti svolti sulle carte di credito di Centofanti e sui soggiorni di Palamara. Il presunto reato sarebbe stato commesso il 16 maggio scorso e probabilmente la contestazione nasce da un’intercettazione di un colloquio.

Due mesi prima, invece, come ha raccontato il Fatto Quotidiano il pm Fava aveva preso carta e penna per scrivere al Csm e segnalare un presunto conflitto d’interessi di Giuseppe Pignatone, procuratore capo di Roma ora in pensione. Al centro dell’esposto di Fava c’è una riunione del 5 marzo scorso convocata da Pignatone nel suo ufficio per discutere dell’eventuale sua astensione in ragione dei rapporti professionali del fratello con l’avvocato Amara, che ha patteggiato 3 anni per corruzione. I pm di Perugia indagano Fava anche perché “consegnando a Palamara atti e documenti allo stato non identificati e alcuni atti già inoltrati al Csm ed alcuni atti già allegati all’esposto inoltrato al Csm, asseritamente comprovanti comportamenti non consoni del Procuratore capo e di un procuratore aggiunto anche in relazione al fascicolo 44630/16 (dal quale erano scaturite le investigazioni a carico del medesimo Palamara) in relazione a profili di mancata astensione dei predetti procuratori (circostanze allo stato smentite dalla documentazione acquisita presso la Procura di Roma) aiutava Palamara a eludere le investigazioni a suo carico”. Il 4 giugno prossimo Stefano Fava sarà davanti ai pm di Perugia e spiegherà le sue ragioni nell’interrogatorio.

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