“Anziché proteggere gli abitanti del Sinai le forze di sicurezza egiziane hanno mostrato, nella loro lotta ai terroristi, totale disprezzo per le vita dei residenti, trasformando la loro quotidianità in un incubo ininterrotto di abusi“. Michael Page di Human Rights Watch sintetizza così quanto emerge dal rapporto sulle operazioni antiterrorismo nella zona settentrionale del Sinai, tra Israele, Egitto e Striscia di Gaza. Azioni in corso da sei anni che finora hanno causato 4.300 morti, “violazioni, abusi e crimini di guerra” compiuti sui civili da polizia ed esercito egiziani. In un rapporto di 130 pagine frutto di due anni di lavoro, l’organizzazione per la difesa dei diritti umani ha denunciato sistematici “arresti arbitrari di massa, sparizioni forzate di bambini, torture, esecuzioni extragiudiziali, punizioni collettive, sfratti forzati e attacchi illegali, aerei e terrestri, che hanno ucciso numerosi civili”. Secondo Page “questo orribile trattamento ai danni della popolazione del Sinai dovrebbe essere un altro campanello d’allarme per Paesi come gli Stati Uniti e la Francia che approvano ciecamente le operazioni antiterrorismo dell’Egitto“. Ed è proprio a loro e a tutti gli alleati dell’Egitto che l’organizzazione chiede di “interrompere immediatamente ogni assistenza di sicurezza e militare” al Cairo, così da fermare “una campagna militare violenta che ha lasciato una scia di migliaia di vittime civili“.

Le vittime – Attraverso i bollettini ufficiali e le testimonianze raccolte, Hrw calcola che negli ultimi tre anni più di 4.300 persone sono rimaste uccise nelle operazioni del Sinai settentrionale. Di loro, 3.076 erano presunti estremisti islamici e 1.226 uomini di esercito e polizia. I militari, si legge nel rapporto, avrebbero arrestato più di 12mila residenti della zona dal 2013, molti più di quanti dichiarati ufficialmente nello stesso periodo (circa 7.300). Hrw sostiene di aver documentato almeno 50 arresti arbitrari e 39 sparizioni forzate. In molti casi, inoltre, i detenuti vivono in condizioni pessime, “sottratti a qualsiasi supervisione giudiziaria”. Alcuni prigionieri sono bambini di appena 12 anni. Le celle sono spesso “piccole e sovraffollate”, e si soffre per “mancanza di adeguata acqua e cibo”, di torture, pestaggi e “scosse elettriche“. I ricercatori sostengono di poter documentare tre morti in carcere.  Nel corso degli ultimi anni, l’esercito potrebbe aver detenuto in segreto fino a mille detenuti nella base militare di al-Galaa, uno dei tre principali centri di detenzione insieme a quelli di al-Zohor e al-Arish.

Le tensioni nel Sinai e il silenzio del Cairo – Il conflitto nell’area settentrionale del Sinai è iniziato nel 2011, ma si è intensificato nel 2013 quando l’esercito egiziano ha intrapreso una serie di azioni contro gruppi di militanti affiliati all’Isis. L’area, che confina con Israele e la Striscia di Gaza, è molto povera e popolata da circa mezzo milione di abitanti. Separata dall’Egitto dal Canale di Suez, è economicamente e politicamente emarginata. Il governo egiziano non ha mai fornito cifre ufficiali sulle vittime civili e nel gennaio 2018 il presidente Abdel Fattah al-Sisi ha negato qualsiasi illecito commesso dalle forze di sicurezza. Secondo le dichiarazioni ufficiali dell’esercito, ci sono stati oltre 5.300 arresti in un solo anno dopo l’inizio della campagna militare Sinai 2018 che ha intensificato le azioni nella zona. L’esercito non ha rivelato quanti degli arrestati sono stati processati o rilasciati dopo le accuse iniziali.

Le prove raccolte – Per stilare il rapporto sono state raccolte molte interviste, nonostante i limiti imposti nel Sinai settentrionale dall’esercito egiziano a media e gruppi per i diritti umani. Vincoli per i quali almeno tre giornalisti sono stati arrestati e uno di loro condannato a dieci anni da un tribunale militare a maggio 2018. I ricercatori della ong hanno esaminato diversi documenti medici e legali delle vittime o dei famigliari, video pubblicati sulle televisioni ufficiali o sui social media e anche 50 immagini satellitari registrate tra il 2013 e il 2018 che riguardavano bombardamenti dell’esercito egiziano.

Le atrocità commesse dai terroristi – Gli attacchi indiscriminati dell’Isis nel Sinai, anche mediante l’uso di ordigni esplosivi artigianali, hanno ucciso centinaia di civili e causato migliaia di sfollati. Il gruppo ha anche deliberatamente attaccato dei civili, come nell’attentato alla moschea al-Rawda nel Sinai settentrionale che uccise almeno 311 persone, tra i quali anche bambini. Secondo una rassegna dei notiziari egiziani sul Sinai del nord, da gennaio 2015 a giugno 2018, oltre 100 civili sono stati uccisi e oltre 300 altri feriti a colpi di pistola da una “fonte sconosciuta”. Tra le vittime almeno 80 donne e 60 bambini. Sempre la ricerca, mostra che più di 100 morti e 250 feriti sono stati provocati da “bombardamenti da parte di una fonte sconosciuta”. I bombardamenti però, non sono tutta opera dell’Isis. Più di 15 famiglie infatti hanno confermato che l’artiglieria governativa ha bombardato le loro case, causando la morte di almeno 11 bambini, 6 donne e un uomo, più altri 13 feriti. A conferma, ci sarebbero i risarcimenti in denaro che l’Egitto avrebbe dato a 9 delle 15 famiglie intervistate.

Milizie al soldo del governo egiziano – “Sono i collaboratori dell’esercito a regolare i conti con la gente e sono la ragione per cui molte persone innocenti vengono arrestate”. La testimonianza è del fratello di una delle molte persone portate via dalla propria casa e poi scomparse. L’esercito egiziano, si legge nel rapporto, ha reclutato residenti del Sinai settentrionale per formare gruppi di milizie indipendenti. Queste formazioni, prosegue il rapporto di Human Rights Watch, hanno avuto un ruolo fondamentale nelle violazioni, fornendo intelligence e svolgendo missioni per conto proprio. Le milizie operano sotto la direzione dell’esercito, che dà loro uniformi, armi e spesso accesso alle basi militari. Diversi testimoni hanno dichiarato che questi gruppi agiscono per risolvere dispute personali o per promuovere i propri interessi commerciali. Di fatto, usano i loro poteri per arrestare arbitrariamente residenti e, secondo i ricercatori, hanno spesso partecipato a torture ed esecuzioni extragiudiziali.

L’appello all’Onu: necessaria risposta internazionale – Dato il fallimento delle autorità egiziane, Hrw ha chiesto al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite e agli organi del Consiglio di sicurezza di avviare un’indagine internazionale “sulle violazioni e gli abusi commessi da tutte le parti in conflitto nel Sinai settentrionale, compresi gli alti funzionari egiziani e le forze di sicurezza governative e le milizie filogovernative. L’indagine dovrebbe includere anche l’Ufficio del Procuratore generale per non aver ritenuto responsabili i colpevoli”. I crimini di guerra, secondo il diritto internazionale, possono essere perseguiti senza il rischio di finire prescritti e molti stati, secondo il principio di giurisdizione universale, permettono sul proprio territorio l’arresto e il processo per crimini commessi in altri Paesi.

[Foto tratta dalla documentazione di Human Rights Watch]

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