E’ rimasta una storia nascosta per anni, tenuta sotto silenzio – come una vergogna – dal Pci e dagli altri partiti di sinistra. E’ la storia di un’insurrezione dei partigiani in Piemonte, nei primi mesi del primo governo De Gasperi, dopo l’amnistia decisa dal ministro della Giustizia Palmiro Togliatti. Solo Pietro Nenni, vicepresidente e leader socialista, riuscì a evitare che gli ex combattenti riprendessero le armi contro la rinuncia delle istituzioni a “epurare l’Italia dal fascismo”. Una storia tornata alla luce negli anni Novanta per merito di Laurana Lajolo, figlia di Davide (direttore de l’Unità) che ricostruì la vicenda con le testimonianze dei partigiani ancora in vita, raccogliendole nel libro I ribelli di Santa Libera, edito dal Gruppo Abele. Oggi, con l’aiuto dell’ultimo testimone rimasto, il partigiano Giovanni Gerbi “Reuccio”, la scrittrice Alice Diacono è tornata su quella storia con Santa Libera: storia di un’insurrezione armata, un testo stampato per essere distribuito in scuole e biblioteche della Regione, grazie all’associazione Dalla Resistenza alla CostituzionFe (della Casa della Resistenza di Torino). Il volume (che è possibile acquistare scrivendo a [email protected]) è arricchito dalla prefazione del partigiano e giornalista Bruno Segre e dall’introduzione di Liliana Guazzo Lanzardo, tra le fondatrici dei Quaderni Rossi.

Qui Alice Diacono racconta in breve quella storia.

È il pomeriggio del 20 agosto 1946 e oltre una sessantina di ex partigiani con a capo Armando Valpreda e “Primo” Rocca, entrambi comandanti partigiani pluridecorati, riprendono in mano le armi e tornano sulle colline, dando vita ad una vera e propria insurrezione a Santa Libera, una frazione di Santo Stefano Belbo, al confine tra l’Astigiano e il Cuneese.

Cosa li porta lì? Per capirlo, bisogna tornare ai mesi immediatamente successivi alla Liberazione. In quel periodo, infatti, le truppe alleate sono ancora sul suolo italiano, il Cln è ancora attivo e la pubblica sicurezza è gestita dai partigiani. Ovviamente gli americani non possono vedere di buon occhio tutti quei comunisti che se ne vanno in giro armati e fanno pressione perché la situazione venga risolta. Allo stesso tempo i comunisti, che di colpo passano dall’essere un partito clandestino all’essere addirittura al governo (per la prima e ultima volta) insieme a De Gasperi, sono ansiosi di dimostrare di essere persone serie, capaci di stare alle regole delle istituzioni democratiche e non solo una manica di rivoluzionari sovversivi. E’ in questo contesto che Togliatti, nel giugno del ’46 firma l’amnistia che permette la scarcerazione dei fascisti, rimettendo in circolazione pesci grandi e piccoli. Tra loro Junio Valerio Borghese, Ezio Maria Gray e altre figure legate alla X MAS, che da subito cominciano a riorganizzarsi in gruppi anticomunisti e filomonarchici attivi contro le lotte contadine (con conseguenze tragiche come la strage di Portella della Ginestra) e operaie e che già alla fine del 1946 fondano il Movimento Sociale Italiano. Insomma, quel neofascismo che di lì a pochi anni sarà parte integrante di quella destra eversiva che scriverà i capitoli più bui della storia della Prima Repubblica.

E’ precisamente alla rinuncia palese da parte delle istituzioni, di epurare l’Italia dal fascismo, che i partigiani di Asti si ribellano. Nella piccola città piemontese infatti già da mesi ci si sta organizzando, insieme a tutti gli altri ex partigiani della regione, per reagire alla situazione, ma il 20 agosto il capitano della polizia ausiliaria Carlo Lavagnino viene licenziato e sostituito dal tenente Russo, ex ufficiale della polizia fascista in Africa Orientale, adusa ai metodi più biecamente razzisti e colonialisti e guidata da alcuni tra i peggiori elementi del regime. E’ il detonatore che fa esplodere il malcontento.

Molti di quegli uomini hanno combattuto durante la Resistenza, per ideali di giustizia e libertà e si sentono ora traditi dal Partito Comunista che, per entrare a far parte delle forze governative, invece di appoggiarli, manda i propri dirigenti a sedare la protesta, portando come argomentazione il pericolo reale di “finire come la Grecia” dove i partigiani comunisti erano stati massacrati dalle forze governative appoggiate dalle truppe inglesi.

La protesta si allarga a macchia d’olio dalle province piemontesi a tutto il Centro Nord. Il governo, da parte sua, mette in campo un enorme dispiegamento militare. Santa Libera mette a rischio l’unione delle forze dell’arco costituzionale e di innescare nuovamente la guerra civile. E’ in questo momento di estrema tensione che interviene Pietro Nenni, vicepresidente del Consiglio e leader socialista. Nenni invita una delegazione di insorti in Parlamento per negoziare, approfittando dell’assenza del capo del governo Alcide De Gasperi impegnato a Parigi per la firma dei Trattati di pace e che non sarebbe stato altrettanto comprensivo nei loro confronti. La delegazione partigiana vola nella notte del 23 agosto da Torino a Roma a bordo di un vecchio Dakota messo a disposizione dallo stesso vicepresidente.

Nenni, una volta a colloquio con gli insorti, dimostra la sua solidarietà e riesce a convincerli che non è tempo di agire. Il momento arriverà ma non è ancora quello, spiega. I partigiani si arrendono, decidono di smobilitare e il 27 agosto tornano giù in città tra la folla che li festeggia come eroi di una seconda Liberazione che però non avverrà. Verranno infatti esauditi solo gli aspetti economici e pratici delle loro rivendicazioni ma non quelli politici e di certo non l’abrogazione dell’amnistia.

Secondo un recente sondaggio di ArciServizioCivile, una percentuale preoccupante di italiani (il 52%) crede che “le leggi razziali le abbia imposte Hitler”. Come se il fascismo all’inizio non fosse una cosa così malvagia, che in fondo faceva tante cose buone per la gente e che la colpa di tutto quello che è avvenuto dopo è di Hitler che ha “traviato” Mussolini, portandolo sulla cattiva strada. In pochi ricordano che era Hitler invece a guardare con ammirazione il Duce, prendendo l’invenzione “100% made in Italy” del fascismo come un esempio da seguire. Questo atteggiamento scaturisce da una delle ferite mai affrontate e anzi rimosse della storia italiana: la mancata epurazione del fascismo dalla nostra società. In Italia non ci fu nulla che si avvicinò al processo di Norimberga e anche la guerra civile tra partigiani e fascisti fu poi fatta passare alla storia con il più confortevole nome di “guerra patriottica” contro il nemico tedesco.

Come tutte le ferite non elaborate, però, queste riemergono in maniera inattesa e spesso violenta. Come un fiume carsico la violenza ha continuato a scorrere alimentando il bacino del risentimento, a destra, come accennato sopra, con le tendenze autoritarie e le strategie eversive, e, a sinistra, confluendo nel mito della “Resistenza tradita” e riemergendo periodicamente, passando dal movimento studentesco e operaio del Sessantotto, all’autunno caldo degli anni Settanta fino ad arrivare al leggendario aneddoto della consegna della pistola sottratta ad un tedesco durante la guerra da parte di un partigiano di Reggio Emilia ad Alberto Franceschini, futuro fondatore delle Brigate Rosse.

Questa è la storia di chi non ha accettato un colpo di spugna sul sangue versato in nome di una pacificazione forzata ed è stato sedato con la promessa di una rivoluzione che ovviamente non arrivò mai, trascinando il nostro Paese dritti nelle fauci del capitalismo più sfrenato. Questa è la storia di quelli che provarono a reagire, che ripresero le armi e tornarono su, a Santa Libera.

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