Huawei sta sfruttando i 90 giorni di licenza temporanea concessi dal Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti per cercare insieme a Google una soluzione alle restrizioni commerciali imposte dalla Casa Bianca. A confermarlo è stato il rappresentante Huawei presso le istituzioni UE, Abraham Liu, ribadendo un aspetto fondamentale della questione: non ci sono contrasti fra Google e Huawei. “Google non ha alcuna motivazione per bloccarci. Stiamo lavorando strettamente con loro per scoprire come Huawei possa gestire la situazione e l’impatto dovuto alla decisione americana“.

Il motivo per cui Google ha revocato la licenza d’uso dei servizi Android all’azienda cinese è l’obbligo di rispettare l’ordinanza presidenziale. Lo stesso vale per tutti gli altri produttori che hanno interrotto le relazioni commerciali con Huawei, come ad esempio Intel, Qualcomm, Broadcom, Xilinx e ARM, e diversi operatori di telecomunicazioni. Stando a quanto pubblicato dalla CNBC, il divieto statunitense si dovrebbe applicare a tutte le merci che hanno al loro interno il 25% o più di tecnologie o materiali “Made in USA”. Ecco il motivo del potenziale coinvolgimento di aziende straniere, come l’inglese ARM e la giapponese Panasonic, ad esempio.

La situazione molto delicata e non del tutto definita al momento suggerisce grande prudenza, nel mare magnum di informazioni parziali e talvolta discordanti. Per non parlare del fatto che probabilmente anche i fornitori direttamente coinvolti non sanno bene come muoversi, come dimostrano i dietrofront di Panasonic e Infineon.

Fra le poche certezze sembra ormai assodato il fatto che i servizi Android sono la punta di un iceberg. I fornitori di Huawei sono per il 30% cinesi, per il 23% statunitensi e per il 6% taiwanesi. Dai processori ai sensori, passando per i brevetti in licenza d’uso, basta dare un’occhiata all’elenco pubblicato da Goldman Sachs (qui sopra) per farsi un’idea di massima. E basta leggere i grafici diffusi dall’agenzia di stampa Reuters per rendersi contro che il provvedimento firmato dalla Casa Bianca danneggerà anche i fornitori americani di Huawei. Gli esperti stimano che siano in ballo perdite per milioni di dollari: dai calcoli di Goldman Sachs risultano a potenziale rischio 39 milioni di dollari per AMD, 21 milioni di dollari per Nvidia, 83 milioni di dollari per Intel.

A questo punto il possibile sistema operativo proprietario di Huawei e il potenziale app store alternativo diventano dettagli in un quadro ben più complesso e potenzialmente più grave di quello che si prospettava tre giorni fa. Visti gli interessi in ballo non solo in Cina ma anche negli Stati Uniti, la partita potrebbe essere tutt’altro che chiusa. L’unica mossa sensata è non fare conclusioni avventate su come sarà il mercato dopo il 19 agosto.

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