È il 6 dicembre del 2013 e Totò Riina passeggia nel cortile del carcere milanese di Opera. Discute con il suo “compagno” d’ora d’aria, Alberto Lorusso, mentre la Dia li intercetta. “Totò Cancemi dice: che dobbiamo inventare che la morte di Falcone? Che ci devi inventare, gli ho detto. Se lo sanno la cosa è finita”, dice il capo dei capi. Gli investigatori non credono alle loro orecchie: perché un capomafia come Cancemi aveva urgenza d’inventarsi qualcosa su Capaci? Cosa non si doveva dire? E a chi? Su Falcone c’era una specie di movente top secret noto solo a pochissimi superboss di Cosa nostra? “Le complesse motivazioni della campagna stragista sono rimaste nella conoscenza esclusiva di un ristrettissimo numero di capi perché furono in buona misura tenute segrete sia agli esecutori materiali che alla quasi totalità degli stessi componenti della Commissione provinciale di Palermo, l’organo decisionale di vertice della mafia palermitana”, ha scritto sul Fatto il magistrato Roberto Scarpinato.  Ma perché quelle motivazioni non vengono rivelate a tutti i capimafia? Cosa c’è di incoffessabile? 

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