C’è un altro fronte, oltre quello militare e diplomatico, della guerra in Libia: il fronte della propaganda. Tecnicamente si chiama InfoWarfare, nome che indica una serie di attività coordinate che mirano a spingere una determinata agenda. Siamo solo alle prime avvisaglie di un vero conflitto online, ma sembra che sia il generale Khalifa Haftar il più attivo. È anche l’attore che più di tutti cerca di conquistare il consenso, sia sul piano interno che internazionale. Non ci sono evidenze di una “fabbrica di troll” tesa a orientare l’opinione pubblica su Haftar, come accaduto ad esempio durante la campagna elettorale di Donald Trump. Resta tuttavia un fatto che nel mondo dell’informazione arabofono qualcuno spinga per far passare un messaggio: Khalifa Hafar è il baluardo contro il terrorismo.

È questo uno dei nodi della ricerca “Information warfare in Libia: l’avanzata on-line di Khalifa Haftar”, studio condotto dal Centro studi internazionali (Cesi), in collaborazione con Cultur-e digital media, su un volume di 735mila contenuti, di cui il 73% in arabo. Non mancano però i contenuti in inglese, francese e soprattutto italiano. Alcuni di questi contenuti, diffondono contenuti copia-incolla della guerra in Libia. “Non c’è ancora una pistola fumante, ma con questo report vogliamo dare un avvertimento di quello che sta maturando”, spiega Lorenzo Marinone, analista responsabile del Desk Medio Oriente e Nord Africa del Cesi. L’ipotesi è che con il prosieguo dell’offensiva, anche la guerra informativa avanzerà, con un volume di contenuti che aumenterà molto probabilmente anche in italiano.

Nella nuvola delle parole più masticate in questa tempesta i contenuti online, spicca certamente Haftar, sia in caratteri latini che arabi, e poi la parola terrorismo. Importante è anche l’incidenza del termine “nazionale”, nome che si è attribuito l’esercito di Haftar. “In realtà non è l’esercito della Libia – puntualizza Marinone – ma enfatizzare questa parola contenuta nel suo nome potrebbe essere un elemento della campagna a suo favore”. È uno dei pilastri su cui si fonda il mito dell’uomo forte della Cirenaica, che si presenta come l’unico in grado di riunire la Libia, oggi di fatto frantumata.

Secondo la ricerca, il Paese dove si producono più contenuti sulla Libia è di gran lunga l’Arabia Saudita (34,1%) seguita da Stati Uniti (7,3%) e Libia (6,9%). L’Italia è quinta con il 4,9%. Non è un caso che di Riyad sia al primo posto: la monarchia è tra i primi sostenitori economici del generale Haftar. “Ci sono due universi distinti: uno in arabo, l’altro nelle altre lingue – continua Marinone -. Alcuni messaggi diffusi dai due universi sono coerenti, ma manca ancora un link chiaro per dire che appartengono senza dubbio ad una stessa campagna”. La guerra informatica non è mai lampo.

Il dossier di Cesi e Cultur-e si concentra poi su un gruppo di siti specifici, come bald-news.com, arabyoum.com, sabq-sa, alsharqtimes.com, medanelakhbar.com, uk.arabicnews.com. Sono indicizzati, riempiono il rullo di notizie di Google News e in 15 giorni hanno prodotto 15mila notizie copia-incolla. “È un volume di attività che genera sospetti”, prosegue Marinone. Sono tutti sviluppati da mubashier.com, sito registrato in Egitto che offre diversi servizi per la creazione e la gestione di siti. C’è di più. Blog e siti in questione condividono anche codice identificativo Google Analytics e account AdSense: il primo è lo strumento che monitora il traffico di utenti, il secondo permette di ottenere pubblicità. Gli analisti arrivano così a individuare l’amministratore di almeno alcuni di questi siti: un cittadino dell’Arabia Saudita. Imprenditore dell’”editoria indipendente” o produttore seriale di fake news? Presto per rispondere. Il rischio che evidenzia la ricerca, però, è che un volume così alto, soprattutto se indicizzato molto bene e quindi piazzato in alto da Google con delle chiavi di ricerca sul conflitto libico, possa arrivare a riempire una fetta importante dell’informazione sull’argomento, arrivando, come già accaduto in passato, a oscurare i media tradizionali.

Sui social network il conflitto è ancor più aperto. La ricerca, attraverso gli hashtag “ #LNA #Libya #Tripoli” o “#LNA #Tripoli #Libya”, individua 382 tweet pubblicati da 169 autori. I contenuti rimbalzano tra gli utenti: un tweet in inglese il cui senso è che i posteri riconoscere a Haftar più influenza dei “cosiddetti portatori di pace” viene palleggiato nella rete 24 volte. Il volume è ancora basso, ma indicativo. Soprattutto alla luce del fatto che alcuni di questi account usano applicazioni per rilanciare in automatico certi tweet e in alcuni casi addirittura li lasciano tronchi. Il senso generale è sempre lo stesso: Haftar è portatore di ordine in Libia, in lotta con Daesh, al-Qaeda e altre sigle terroristiche.

“Non è solo dall’inizio dell’offensiva di Haftar che l’universo informativo libico è partigiano e polarizzato – precisa Marinone -. Rispetto al passato c’è forse un salto di qualità, perché prima diversi media in Libia appartenevano ad attori del conflitto”. Invece adesso la fonte del rumore di fondo che inquina l’informazione sembra portare fuori. Perché in questa guerra gli interessi in gioco sono internazionali: prima di tutto arabi, in seconda battuta europei.

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