Una memoria virtuale, di riserva, a portata di smartphone in qualunque momento della giornata. Un prezioso alleato per le persone colpite dall’Alzheimer, nelle prime fasi dopo la diagnosi della malattia, scandita da perdita di memoria e disorientamento. Si chiama ‘Chat Yourself’ ed è un esempio di applicazione dell’intelligenza artificiale contro le demenze, che aiuta chi soffre di Alzheimer a ricordare aspetti fondamentali della propria vita: dalle semplici abitudini ai volti delle persone care. Il progetto è promosso dall’associazione Italia Longeva, la rete nazionale di ricerca sull’invecchiamento e la longevità attiva del ministero della Salute.

Si tratta di uno degli esempi di ‘Intelligenza della Salute’, tema dell’edizione 2019, la quinta, del Festival della scienza medica, il più importante appuntamento italiano dedicato alla divulgazione medico-scientifica in corso a Bologna dal 9 al 12 maggio. Una manifestazione alla quale prendono parte oltre 130 relatori, tra cui alcuni premi Nobel, per raccontare in oltre 80 incontri il futuro della medicina: dalle frontiere della ricerca sul cervello ai progressi della genetica, dalla medicina di precisione al ruolo dell’intelligenza artificiale.

Chat Yourself , accessibile a tutti gratuitamente sulla propria pagina Facebook (@chatyourselfitalia), è un chatbot di Messenger. Una sorta di assistente virtuale per chattare con se stessi, che sfrutta l’intelligenza artificiale per memorizzare l’intera vita di una persona restituendole su richiesta, 24 ore su 24, informazioni indispensabili. Come il nome e il contatto dei propri figli, il percorso per tornare a casa, o le scadenze della settimana.

“In attesa di cure efficaci contro l’Alzheimer, Chat Yourself sfrutta le risorse offerte dalle nuove tecnologie per limitare i danni provocati dalla malattia, soprattutto nelle prime fasi, affiancando all’impegno dei familiari un aiuto concreto a ricordare”, spiega il presidente di Italia Longeva, Roberto Bernabei, che insegna medicina interna e geriatria all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. Per lo studioso, che in questi giorni illustra il progetto al Festival di Bologna, “Chat Yourself non è un presidio medico-chirurgico e non sconfiggerà l’Alzheimer, ma ha come unico scopo offrire ai pazienti un nuovo modo di vivere la malattia nel quotidiano. Insieme a psicologi specializzati – chiarisce Bernabei – Chat Yourself è, infatti, addestrato a risolvere in tempo reale i possibili bisogni della persona colpita da Alzheimer, rendendola più indipendente”.

L’Alzheimer è una malattia subdola, che lavora nell’ombra per 15-20 anni prima di manifestare i primi sintomi clinici. Chi ne è colpito, infatti, spesso non lo sa. Le cause dell’Alzheimer sono ancora avvolte nel mistero. Uno studio italiano ha di recente ipotizzato il possibile legame con un’infezione esterna, batterica o virale, come quella del comune virus dell’herpes. La complessità della ricerca sull’Alzheimer e gli scarsi successi ottenuti finora sul fronte terapeutico hanno, però, spinto grosse ditte farmaceutiche, come la Pfizer, a gettare la spugna, abbandonando la ricerca di un nuovo trattamento.

Le statistiche sulla diffusione dell’Alzheimer sono impietose. Secondo le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), la malattia uccide nel mondo circa 47 milioni di persone. Per l’Oms, ogni anno sono 9,9 milioni i nuovi malati di Alzheimer. Solo in Italia, in base ai dati dell’Alzheimer’s disease international (Adi) – la federazione internazionale legata all’Oms che riunisce le associazioni che si occupano di Alzheimer -, la malattia colpisce più di 600mila persone, circa il 5% degli over 65. Una percentuale che, stando alle proiezioni elaborate dall’Istat per Italia Longeva, nel 2030 è destinata a triplicarsi, con oltre 2 milioni di persone colpite, in prevalenza donne.

Secondo Bernabei, “in l’Italia, Paese più vecchio al mondo insieme al Giappone, le demenze rappresentano un problema medico-sociale sempre più grande. E questo – aggiunge lo scienziato – vale in particolar modo per l’Alzheimer, senza dubbio la forma di demenza più prepotente e violenta, sia sotto il profilo epidemiologico che per l’impatto sulla qualità di vita dei pazienti e dei loro familiari. Un impatto – conclude il geriatra – che il progetto Chat Yourself punta adesso a rendere più sopportabile”.

Il progetto Chat Yourself