Si avvicina il voto europeo e lo scontro tra due concezioni contrapposte: l’Europa come opportunità, l’Europa come fardello. Trattando soprattutto di diritti – però – ci sarebbe un terzo e forse più utile modo di vedere il rapporto con l’Unione: l’Europa come parametro. Per capire – nel campo del rigore, delle attenzioni e delle tutele – quanto davvero abbiamo le carte in regola per andare a battere i pugni sul tavolo.

Iniziamo subito con i numeri.

Al momento gravano sul nostro Paese, da parte comunitaria, ben 74 procedure di infrazione.
Attenzione, qui non si tratta di dover sottostare a bizzarrie classiche della retorica antieuropeista, tipo la dimensione delle vongole o delle zucchine e nemmeno si tratta di dover subire imposizioni contrarie ad una sana autodeterminazione, bensì – per la maggior parte – di infrazioni su questioni di diritto, di regole fondamentali del vivere civile, di progressi che ci siamo impegnati a perseguire e invece abbiamo spavaldamente ignorato, come fosse inutili faccende accessorie.

L’ambito nel quale siamo più inadempienti è quello che riguarda la tutela dell’ambiente, con 17 procedure d’infrazione.

Si comincia con la mancata applicazione della norma sul trattamento delle acque reflue urbane. In pratica le normative europee prevedono che gli scarichi fognari vengano resi innocui e invece noi sversiamo allegramente nei fiumi o sulle spiagge le peggiori porcherie.

C’è poi la questione – ormai diventata di folklore urbano – del pm 10: continuiamo a chiudere e riaprire centri storici al traffico automobilistico o a fare affidamento sulle piogge, ma ci guardiamo bene dal mettere in atto politiche stabili di prevenzione, come l’Europa ci chiederebbe.

Ancora non si può dire ci impegniamo molto sul fronte delle discariche di rifiuti. Una norma europea stabiliva degli standard nell’ormai lontano 1993, dando otto anni di tempo per adeguarsi. Di anni ne sono passati 26 e ancora non ci siamo messi in regola del tutto.

C’è da dire poi che anche quando non siamo inadempienti, facciamo i furbetti. Nel 2004 le istituzioni europee ci comminarono una sanzione di circa 40 milioni di euro proprio per 155 discariche non a norma. Ancora dopo sette anni, venivamo bacchettati per non avere pagato nemmeno un euro e avere nel frattempo sistemato giusto una ventina di impianti. Due anni più tardi ci veniva ancora fatto notare che non potevamo continuare a far finta di nulla.

Del resto il ritardo sembra essere la nostra specialità anche su questioni decisamente delicate, come la lotta contro l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei minori e la pornografia minorile, sulla quale le istituzioni europee avevano emesso una direttiva già nel 1993. L’Italia l’ha recepita nel 2014 e anche per questo ha pendente una procedura di infrazione.

Giusto affinché non si pensi che sia tutta eredità di Parlamenti e governi passati, val la pena poi di citare la recentissima procedura di infrazione aperta nei nostri confronti per non avere del tutto recepito e applicato la direttiva sulla prevenzione del terrorismo internazionale mediante un sistema di controllo dei flussi finanziari. In pratica abbiamo un bel dire che l’immigrazione incontrollata ci espone ad atti terroristici, ma poi non ci interessa se sotto il nostro naso qualcuno finanzia l’estremismo, magari con milioni di euro.

Oppure – ancora riferita al 2019 – la procedura per il mancato recepimento nel nostro ordinamento della direttiva sul pagamento dell’Iva nel commercio elettronico: in pratica un sistema di lotta all’evasione fiscale da parete di chi vende sul nostro territorio utilizzando piattaforme estere.

Dovendo fare una classifica – in realtà – non siamo nemmeno tra i più indisciplinati, anzi risultiamo sotto la media comunitaria e peggio di noi fanno perfino quei paesi che consideriamo supereuropeisti, come Germania e Francia. Resta il fatto che per quanto cerchiamo di tirare per il lungo con ricorsi e controricorsi, paghiamo sanzioni salatissime: nel 2018 abbiamo versato penali per 148 milioni di euro.

Come si diceva, siamo inadempienti soprattutto per quanto riguarda la tutela dell’ambiente. Un campo nel quale pare che proprio non ci riesca di impegnarci: di procedure aperte ne abbiamo ben 17. A seguire fisco, trasporti e aiuti di Stato.

Ora, a parte le questioni puramente economiche che in un’ottica sovranista ormai di moda possono essere messe in discussione, negli altri ambiti le direttive e le norme europee sono una specie di distillato del progresso materialmente raggiungibile. Adeguarci comporterebbe non solo vantaggi concreti sulla qualità della vita quotidiana (quando si parla ad esempio di rifiuti, discariche non si guarda ad astruse teorie), ma ci metterebbe automaticamente alla testa del meccanismo politico comunitario. Ma forse è proprio questo il punto: è più comodo passare per vittime che impegnarsi a condurre il gioco.