di Romina Mandolini

Tra le innumerevoli sfaccettature che la rivendicazione nazionalista ha assunto in questo Paese, alcune manifestazioni destano più di una perplessità. Nel cimitero di un municipio romano, un chiosco di fiori aveva affisso un cartello sui lumini al led: “Lumini italiani! No cinesi!”. Come se nel mondo avessimo un primato sui lumini da cimitero. Prima di arrivare, sulla serranda chiusa di una ferramenta, c’era dipinta una bandiera italiana poeticamente mossa dal vento. Venderanno solo cacciavite italiani o i proprietari vivono afflati di mistico trasporto?

Questi esempi più di altri rivelano che la parola “Italia”, e tutto ciò che le fa da contorno o la rappresenta, è oggi utilizzata un po’ ovunque e da chiunque per conferire determinati significati a tutto quello cui si appiccica. Presa nel suo insieme, “l’italianità” è qualcosa da opporre con forza a quelli che italiani non sono; ma se volessimo capire di quali valori è contenitore, ecco che ci troveremmo di fronte a un grosso imbarazzo.

Alcuni rispondono con “i valori della nostra cultura”, il che non chiarisce il nostro dubbio, ma lo ripropone con più forza. Quali sarebbero questi valori, quelli della nostra storia? L’Italia è un Paese giovane, la sua unificazione è avvenuta nel 1861 e fu un’operazione politica, cosicché fin dalla nascita è stata attraversata da rivendicazioni di autonomia che si perpetuano fino ai giorni nostri, in virtù delle eterogeneità che ricomprende. Il razzismo, prima ancora che verso lo straniero, era ed è ancor oggi pratica diffusa tra gli italiani. Nord contro Sud, regione contro regione, città contro città. Tanto che uno dei partiti che oggi è al governo di questo razzismo fece la sua forza.

Allora, nei precetti della religione cattolica? Eppure l’Italia si posiziona tra i primi Paesi dell’Ue in termini di corruzione. Gli stessi politici che rivendicano la cristianità e i valori della famiglia hanno una vita sentimentale non certo esemplare. C’è perfino qualcuno che ne utilizzava il simbolo per eccellenza, la croce, in feste private per stimolare la propria libido.

Insomma, a quale italianità si appella il grido sovranista? Io credo che un elemento sia la subalternità. Il modello feudale, fatto di signorotti e servi, si è trascinato in altre forme anche dopo l’unità del Paese e ne restano tracce in molte espressioni dialettiche. Questo asservimento connaturato dell’italiano spiega molti fatti della nostra storia. Siamo il Paese europeo che ha fatto il maggior numero di privatizzazioni, svendendo la propria eccellenza a stranieri. Siamo il Paese che permette alle proprie menti migliori di emigrare e ad altre realtà mafiose di arrivare, attecchire, proliferare e fare da padrone. Siamo il Paese europeo che si è proposto di sperimentare il 5G, mentre gli altri sono ancora impegnati a valutarne i rischi. Siamo il Paese che fino a qualche anno fa sventolava orgogliosamente la sua bandiera solo ai campionati di calcio. Siamo il Paese che ha permesso a personaggi politici patologicamente disturbati, di dubbia moralità e collusi con il malaffare di governare dietro il paravento di ideologie di destra o sinistra.

Gente, noi italiani, che continua a credere in un partito il cui leader definiva “somari” quelli che esponevano il tricolore. I cui rappresentanti alzavano “il dito medio” verso la bandiera che quella ferramenta ha dipinto sulla sua serranda. Gli stessi che consigliavano di esporla nel “cesso” della propria casa. Quel partito il cui leader attuale diceva, nel 2011, che il tricolore non lo rappresentava.

Se tuttavia il servilismo è ciò che ci caratterizza “in basso”, bisogna recuperare l’unica cosa che ci accomuna “in alto”: la nostra Costituzione. Non un nuovo Duce quindi, ma quell’uguaglianza dei diritti e dei doveri che elevano il servo al rango di cittadino. Nella difficile situazione in cui ci troviamo dovremmo rievocarla, proteggerla, affermarla e cominciare in autonomia a costruire nuovi cittadini: gli italiani.

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