“Solo perché il carburante non arriva subito al suolo non vuol dire che non danneggi l’ambiente”. Sabina Airoldi, biologa marina, è coordinatrice scientifica del Cetacean Sanctuary Research, un progetto di ricerca che studia i delfini e le balenottere del santuario dei cetacei, celebre area protetta nel mar Ligure. A Ilfattoquotidiano.it spiega perché le ottanta tonnellate di cherosene scaricate lunedì pomeriggio da un Airbus A330 in manovra d’emergenza proprio sopra al santuario non possano considerarsi semplicemente sparite nel nulla. “È vero che il materiale evapora quasi del tutto prima di arrivare al livello del suolo – esordisce – ma rimane presente nell’atmosfera. E quando l’umidità aumenta, le sostanze dannose nell’aria causano le cosiddette piogge acide. Quindi prima o poi a terra ci arrivano, sebbene in concentrazione minore”.

D’altra parte, uno dei principi basilari della scienza dice che nulla si crea o si distrugge, ma tutto si trasforma. È questo, secondo Airoldi, il motivo per cui l’Airbus di Alitalia – in volo da Malpensa a Tokyo, ed entrato in avaria mentre sorvolava il Trentino – ha effettuato lo scarico sopra il Mar Ligure, con una consistente deviazione rispetto alla rotta per tornare allo scalo lombardo. “Lo scopo è evitare che queste sostanze finiscano in testa alle persone – spiega – perché sono tossiche, anche a basse concentrazioni. Ma non possiamo considerare il pericolo scampato: con le correnti d’aria, le molecole viaggiano anche per lunghe distanze. È facile, ad esempio, che vadano a finire nella pioggia che cadrà su Genova, la città più vicina al punto dov’è iniziato lo scarico (si trova a circa 70 chilometri, ndr)”.

Si tratta comunque, precisa la ricercatrice, di un pericolo contenuto rispetto a casi simili. “Il cherosene è un carburante molto leggero, che si ottiene dalle parti più volatili del greggio”, spiega. “La concentrazione di IPA (idrocarburi policiclici aromatici, i componenti cancerogeni e mutageni presenti nei combustibili) è assai minore di quella che troviamo nei carburanti delle automobili o delle barche da diporto, per non parlare di navi cargo e petroliere. Perciò è del tutto improprio il paragone con la vicenda della petroliera Haven, il cui naufragio sversò in mare migliaia di tonnellate di heavy fuel, carburante ad alta vischiosità, in un’area ridottissima. Qui parliamo di concentrazioni infinitamente minori, che andranno a interessare un territorio molto più esteso”. Quali, però, i rischi per la fauna acquatica del santuario? “Chiaramente i più colpiti sono delfini e balene, per la loro posizione al vertice della catena alimentare”, dice Airoldi. “Gli idrocarburi infatti si depositano sul fondale marino, dove vengono assorbiti dal plancton e dagli organismi bentonici (che vivono ancorati al fondo). Da lì risalgono la catena: dalle larve ai pesci di piccola stazza, fino agli animali più grossi. Per questo, in un ecosistema contaminato, tonni e pesci spada diventano più tossici di gamberi e acciughe”.

Dall’Enac – Ente nazionale per l’aviazione civile, la società che gestisce il traffico aereo in Italia – confermano però la versione già fornita martedì, nelle ore successive alla notizia: la nebulizzazione del carburante scongiura ogni tipo di danno ambientale. “Già a 6mila piedi, la quota minima prevista per l’operazione di fuel dumping (scarico del carburante, ndr) l’altezza e la velocità impediscono che il materiale raggiunga il suolo”, dice a Ilfatto.it l’ingegner Marco Solinas, direttore delle operazioni dell’ente. “In questo caso lo scarico è avvenuto a più di 15mila piedi, quindi è impossibile trovare tracce di idrocarburi nel mare. Va considerato poi che il carburante viene rilasciato gradualmente, una tonnellata al minuto, e non tutto insieme. Il compito dei protocolli di emergenza è bilanciare la tutela ambientale con i danni all’aeromobile che si avrebbero se l’aereo atterrasse sovraccarico: in questo caso il pericolo ambientale era nullo, perciò si è giustamente scelto di privilegiare l’integrità del mezzo ed evitare un danno economico alla compagnia”.

Soprattutto, il dirigente nega che la scelta di allungare la rotta per scaricare sopra il santuario dei cetacei sia stata fatta per minimizzare il rischio. “Semplicemente quell’area era meno trafficata di altre, e l’Enac ha indicato al pilota di recarsi lì, specificando anche la quota a cui eseguire l’operazione”, dice. “Si sarebbe potuto fare anche sopra la terraferma, come avverrebbe probabilmente in Germania, dove c’è poca costa. È una procedura di emergenza estrema, che nel 2018 è stata effettuata solo in otto casi e nel 2019, fino adesso, in due. Il comandante ha ben pochi margini di discrezionalità. Ma, ripeto, non c’è da preoccuparsi: il sistema è certificato, e garantisce la vaporizzazione completa”.

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