Il plenum del Consiglio superiore della magistratura ha concesso a maggioranza (12 si, 6 no e 5 astensioni) il collocamento fuori ruolo a Roberto Rustichelli, presidente di sezione al tribunale delle imprese di Napoli, nominato dai presidenti di Camera e Senato presidente dell’Antitrust, nonostante avesse superato il tetto indicato dalla legge Severino. La motivazione: la 190/2012, che ha stabilito un tetto massimo di 10 anni per il collocamento fuori ruolo dei magistrati, non ha abrogato le norme precedenti sui pubblici dipendenti che non prevedevano un simile limite per i giudici costituzionali e per i componenti delle autorità indipendenti.

La decisione ha però spaccato il plenum del Csm. Contrari i 4 togati di Area e i due consiglieri di Autonomia e Indipendenza, Sebastiano Ardita e Piercamillo Davigo: anche a questo caso, a loro avviso, doveva essere applicata la Severino, che in quanto riforma complessiva sul fuori ruolo in magistratura prevarrebbe sulle norme precedenti e dunque Rustichelli avrebbe dovuto lasciare la magistratura per assumere il nuovo incarico. “Votiamo contro – ha detto Ardita – perché occorre garantire il rigoroso rispetto della legge, anche se siamo consapevoli del fatto che la richiesta proviene da importanti organi costituzionali“. “Non siamo affatto contrari alla esperienze fuori ruolo dei magistrati, anzi riteniamo indispensabile la loro presenza nel ministero della Giustizia e nelle commissioni d’inchiesta – ha proseguito – Ma riteniamo che in questo caso il superamento da parte di Rustichelli del termine massimo previsto dalla legge Severino, rappresenti un ostacolo insormontabile”.

A favore del collocamento fuori ruolo hanno votato i togati di Magistratura Indipendente e di Unicost, assieme ai consiglieri di Forza Italia Alessio Lanzi e Michele Cerabona, che era il relatore della delibera e al primo presidente della Cassazione Giovanni Mammone. Si sono astenuti il Pg della Cassazione Riccardo Fuzio, il gruppo della Lega e due dei laici 5 Stelle Alberto Maria Benedetti e Filippo Donati (mentre il terzo Fulvio Gigliotti, non era presente al momento del voto ma aveva annunciato la propria contrarietà alla decisione della maggioranza).

La minoranza ha dato battaglia. “Da sempre la avvocatura ed il ceto politico criticano il collocamento dei magistrati nei gangli fondamentali dello Stato. La legge Severino, con i limiti al fuori ruolo, ha cercato di limitare tali polemiche ma oggi viene bypassata con il rischio di nuove polemiche sulle carriere parallele”, ha lamentato Giovanni Zaccaro di Area, che aveva presentato una proposta di segno opposto a quella approvata. La Severino “non è una legge perfetta ma va applicata a tutti“, ha rilanciato Ardita. Non si può “tollerare che la legge, come affermò Giolitti, si applichi ai nemici e si interpreti per gli amici”.

“Giolitti diceva anche che la retorica è un veleno micidiale” gli ha replicato il presidente della Terza Commissione Michele Ciambellini (Unicost), che ha pure contestato la tesi della minoranza che la Severino costituisca una legge quadro sui fuori ruolo (“non è così”)e ha proposto di partire dalla delibera di oggi “per una ricognizione della situazione e un monitoraggio” . Una proposta condivisa da Antonio Lepre (Magistratura Indipendente), perchè “c’è un’oggettiva difficoltà interpretativa” delle norme che “pone un problema da risolvere”. Il più soddisfatto, Corrado Cartoni di Magistratura Indipendente: è una “giornata storica” per l’ordine giudiziario perché “un magistrato assume la presidenza di un’authority che tutela il valore nevralgico della concorrenza“.

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