Il mancato sostegno all’Italia sull’immigrazione è uno degli elementi chiave per capire la disaffezione degli italiani verso l’Europa. Vanno però distinte le responsabilità delle istituzioni comunitarie da quelle, più gravi, degli stati membri.

di Enrico Di Pasquale, Andrea Stuppini e Chiara Tronchin (Fonte: lavoce.info)

Cinque anni di gestione delle migrazioni

Negli anni scorsi l’Italia ha invocato più volte (e spesso invano) l’aiuto dei partner europei per far fronte agli sbarchi di immigrati. La mancanza di sostegno sull’immigrazione – o, più precisamente, sulla gestione dell’asilo e dell’accoglienza – è uno degli elementi chiave per capire la disaffezione degli italiani verso l’Europa. Vanno tuttavia distinte in modo chiaro le responsabilità delle istituzioni comunitarie da quelle degli stati membri.

La Commissione Juncker, in carica dal 2014 e ormai prossima alla scadenza, ha dovuto fare i conti con un fenomeno senza precedenti: gli sbarchi nel continente attraverso il Mediterraneo. Il picco massimo è stato raggiunto nel 2015, con oltre un milione di arrivi. Sulla base delle rotte, si possono poi distinguere flussi migratori molto diversi. I migranti giunti in Grecia sono soprattutto siriani, afghani e iracheni e arrivano dalla Turchia: il passaggio più comune è l’isola di Lesbo, che si trova proprio di fronte alle coste turche. In Italia, invece, sono arrivati soprattutto cittadini dell’Africa Sub-Sahariana (Nigeria, Mali, Costa d’Avorio, Guinea, Gambia e altri) e del Corno d’Africa (Somalia, Eritrea).

Figura 1 – Sbarchi di migranti nel Mediterraneo (2008-2018)

Fonte: Elaborazioni Fondazione Leone Moressa su dati Frontex

Per far fronte alla situazione, nel 2015 la Commissione europea ha proposto l’Agenda europea sulla migrazione, una strategia volta a gestire le sfide immediate e a creare strumenti duraturi in grado di affrontare meglio i diversi aspetti del fenomeno: gestione delle frontiere esterne, sistema di asilo, migrazioni legali.

Uno dei provvedimenti più emblematici dell’Agenda era il cosiddetto piano di ricollocamento, ovvero la redistribuzione di circa 100 mila rifugiati dall’Italia e dalla Grecia verso gli altri paesi Ue. Il piano prevedeva inizialmente alcuni meccanismi automatici di redistribuzione, ma fu approvato dal Consiglio (quindi da tutti gli stati membri) sulla base di quote volontarie negoziate dai singoli stati. E il meccanismo, che doveva rappresentare il compimento del principio di solidarietà, si rivelò un insuccesso per il rifiuto di molti paesi (principalmente il gruppo di Visegrad e di altri stati dell’Est) di rispettare l’impegno preso. Peraltro, l’impegno era più simbolico che sostanziale, visti i numeri: 1.300 rifugiati l’Ungheria, 2.700 la Repubblica Ceca, meno di 2 mila l’Austria.

Nel marzo 2016, il Consiglio Ue raggiunse un controverso accordo con la Turchia per il controllo della frontiera con la Grecia in cambio di un contributo economico di complessivi 6 miliardi di euro e della liberalizzazione dei visti d’ingresso in Ue per i cittadini turchi.

Questo provvedimento ebbe l’effetto di alimentare di nuovo i flussi verso la rotta italiana, che tornarono a crescere sensibilmente nel 2016 e nella prima metà del 2017. Si sono poi ridotti dopo l’accordo Italia-Libia siglato nel 2017 dal governo Gentiloni).

Parallelamente, nel periodo 2014-2020 la Commissione europea ha stanziato oltre 3 miliardi di euro complessivi per il Fondo asilo migrazione e integrazione (Fami), che dovrebbe gestire i diversi aspetti della migrazione: asilo, migrazioni legali, integrazione, rimpatri.

Le riforme mancate

Il quinquennio è caratterizzato anche da alcune occasioni perse, la cui responsabilità ricade però sugli stati membri (Italia inclusa) più che delle istituzioni di Bruxelles.

La più importante è la mancata riforma del regolamento Dublino III (2013/604/Ce), secondo il quale la richiesta di asilo deve essere gestita dal primo paese dell’Unione in cui il migrante mette piede.

Dopo anni di negoziati e richieste da parte dei paesi di frontiera, nel 2017 il Parlamento europeo aveva approvato una proposta di riforma molto ambiziosa, introducendo una responsabilità condivisa nella gestione delle domande d’asilo basata su quote e su criteri come la presenza di familiari in altri stati UE. Il testo fu bocciato dal Consiglio europeo del giugno 2018, sotto la pressione del gruppo di Visegrad e con la sostanziale accondiscendenza dell’appena insediato governo italiano. Considerato che le divisioni sono tutt’altro che superate, appare molto difficile che nella prossima legislatura si riesca a trovare un accordo sulla riforma.

Nel dicembre 2018, il governo italiano ha poi deciso di non partecipare alla conferenza di Marrakech in cui si sarebbe ratificato il Global compact, l’accordo “per una migrazione sicura, ordinata e regolare” frutto di un lavoro di oltre due anni svolto in seno alle Nazioni Unite. I principi alla base del documento, peraltro non limitato al tema dei rifugiati, sono: centralità della persona, sovranità nazionale, rispetto della legalità, sviluppo sostenibile, diritti umani, attenzione a donne e minori, governance multi-livello. Non ratificarlo significa ritirarsi da un impegno collettivo in termini di cooperazione e responsabilità condivise, proprio quello che l’Italia ha chiesto per anni ai partner europei.

In un clima di generale sfiducia nelle istituzioni europee, è importante distinguere ruoli e responsabilità degli organi di Bruxelles da quelle degli stati membri, tenendo presente che il Consiglio rimane l’organo più forte e che le decisioni al suo interno richiedono spesso l’unanimità o quantomeno un ampio consenso. L’esperienza di questi anni ha dimostrato che, nonostante le molte proposte della Commissione e del Parlamento, i paesi membri non hanno saputo trovare un accordo sulle questioni chiave dell’immigrazione.

Come se, in un condominio, la colpa delle liti tra vicini fosse sempre dell’amministratore.