“Scusa sai, sono giornate convulse”, dice con l’ironia degli umbri Walter Verini, commissario del Pd all’indomani dell’azzeramento dei vertici travolti dall’inchiesta sui concorsi truccati in sanità. Lo intercettiamo all’Autogrill tra Perugia e Città di Castello, uscito dalla prima riunione con quel che resta del partito decapitato del segretario, di un assessore, e con la presidente zavorrata da un avviso di garanzia. Zingaretti non ha avuto dubbi su chi mandare a raccattare i cocci, una volta ricevute le autosospensioni degli indagati raggiunti da misure cautelari, mentre la ministra della Salute Giulia Grillo ha mandato gli ispettori negli ospedali. Catiuscia Marini è ancora in bilico. “Non le ho parlato – racconta Verini – direttamente ma mi pare di capire che a differenza degli altri per lei si tratti di una sorta di atto dovuto, in ogni caso la magistratura farà il suo corso. A me spetta un altro lavoro complesso e stimolante, lo dico subito: o cambiamo noi o lo faranno altri”.

Verini, di professione giornalista, è stato deputato del Pd per tre legislature. Mai lambito da inchieste, profilo da intellettuale modesto e laborioso, Zingaretti con lui ha fatto una mossa non scontata: a sanare la segreteria, finita gambe all’aria, manda chi ne è presidente, rinnovandogli così piena fiducia. Cosa ne farà Walter Verini?

“Credo che il nostro problema in Umbria sia a prescindere dalle vicende giudiziarie che hanno ovviamente il loro peso. Lo diciamo con forza, anche prima di ieri: abbiamo un sistema che ha davvero molte cose buone, che vorremmo portare sempre noi verso il futuro;  abbiamo però anche incrostazioni che vanno smantellate e superate. Se non lo facciamo noi che le abbiamo create, insieme però anche a tante cose buone, lo faranno altri”.

“Ma come lo faranno?”, chiede invitando a guardare poco lontano. “Abbiamo perso Terni per colpa nostra. La Lega lì governa con nove consiglieri indagati, con tre che hanno lasciato la maggioranza, due assessori che si sono dimessi. In sette mesi, cioé fanno invidia alla Raggi come impreparazione e pasticcioneria. Io lo dico senza boria, non c’è una vera alternativa politica a noi. Il punto è che se noi non cambiamo quel che c’è da cambiare, non lo siamo più neanche noi”.

Il centrosinistra ha perso anche Perugia, Spoleto, Todi, Amelia, Montefalco e altre città in questi anni. “L’esigenza di fare le valige è ineludibile: significa prendere le cose belle e buone che sono tante. L’Umbria la conosco, c’è ancora un sistema di coesione sociale che fa perno sui sindaci perbene che mettono le sedie in piazza con quattro dipendenti se li hanno. Lo fanno per amore di comunità e questa politica in Umbria è ancora molto diffusa e radicata. E non è lo Spirito Santo che ha messo quelle cose nella valigia, è una tradizione di governo positiva. Poi in un’altra valigia dobbiamo mettere dentro tutte le chiusure, le abitudini che non innovano o creano discrezionalità o opacità. Io cercherò nel mio piccolo insieme alle persone di buona volontà ad aprire porte e finestre il più possibile, sapendo che farlo nel vivo di una campagna elettorale non è facile”.

Assicura Verini che in realtà il lavoro era già cominciato. Puntando su certi candidati piuttosto che altri, svecchiando, pescando dentro e fuori energie diverse, aprendo. “A Perugia, ad esempio, il candidato sindaco è Giuliano Giubilei, una personalità mai iscritta a partiti, un perugino doc molto noto come giornalista del Tg3. A Foligno è Luciano Pizzoni, un manager che fa volontariato e ha messo insieme tutto il centrosinistra e la sta entusiasmando – lo dico senza enfasi – in modo fresco e aperto. Sembra lontano anni luce dalle pratiche della politica, ed è un altro segnale. Alle europee in Umbria abbiamo candidato una ragazza fresca come Camilla Laureti che è stata nostra candidata a Spoleto un anno fa. Insomma, ci sono già in atto dei cambiamenti e dei segnali. Dobbiamo provare nel vivo della campagna elettorale delicata a sradicare pigrizie, autoreferenzialità, correntismi vari che incrostano la vita del partito”.

Ad agevolare il lavoro la mancanza dei Pitella’s, come li ha ribattezzati il fatto.it. “In Umbria il tema di un governo dinastico dei territori non c’è, il tema nel partito c’è per carità. Ma non mi allargherei dal mio ruolo di commissario restando nel locale che ben conosco. Qui c’è ancora il “socialismo appenninico”, che una volta era considerato elemento di propulsione e innovazione, oggi è percepito solo in parte, spesso al contrario. Dentro questa definizione di Geminello Alvi, che aveva la sua buona dose di ironia, c’è la piccola Umbria. Ecco, questo voglio dire, al di là della vicenda giudiziaria, che è una cosa importante ma ai fini di questo ragionamento laterale. Abbiamo gli anticorpi per reagire e cambiare”.

E la “classe dirigente” per farlo? “Non si cambia da soli, certo, con le primarie di Zingaretti ci sono persone che sono tornate, altre nuove che si sono avvicinate. Io dico a tutti che abbiamo iniziato un cammino per il futuro di questa regione che non può essere regalato a quelli che lasciano i bambini in mare e vorrebbero portare la cultura dell’odio anche qui, in una regione che ha una cultura sociale e un clima di civiltà aperta, senza razzismo. L’Umbria è da proteggere, chiameremo alle armi quelli che sono con noi ma c’è tanta che dentro il Pd non c’è e va riportata, il mio problema ora è far incontrare le due cose”.