Il sogno di portare l’Italia nei cieli dell’aeronautica, i continui alti e bassi fra commesse milionarie e periodi di crisi, fino alla cessione agli arabi e poi allo schianto, con l’annuncio della cassa integrazione straordinaria per 1.027 di dipendenti. Quello di Piaggio Aerospace è un viaggio in cui si sono intrecciate le vite di tanti lavoratori, i piani strategici per la difesa del Paese e le promesse (non mantenute) della politica. Ma ora rischia di arrivare al capolinea, perché l’azienda ligure non ha più soldi con cui pagare gli stipendi né nuovi clienti a cui vendere i suoi aerei. A meno che lo Stato italiano, il grande convitato di pietra di questa parabola industriale, non decida di sbloccare (in tutto o in parte) quella maxicommessa da 766 milioni di euro annunciata dall’ex ministra della Difesa Roberta Pinotti a un mese dalle elezioni del 4 marzo e fermata dalla ministra pentastellata Elisabetta Trenta. Un pasticcio all’italiana, che rischia di pesare soprattutto sui dipendenti dell’azienda.

“La colpa è di tutti i governi che si sono succeduti in questi anni”, spiega a Ilfattoquotidiano.it Alessandro Vella, segretario generale della Fim Cisl Liguria. “Poi ci sono anche i manager, che si sono mangiati l’immangiabile e hanno preso decisioni scellerate”, gli fa eco il segretario della Cgil Savona Andrea Pasa. “Quello che molti dimenticano è che, oltre ai velivoli, la Piaggio si occupa di produzione e manutenzione di motori. Se volesse, potrebbe mettere a terra tutti i motori dell’aeronautica militare italiana e degli elicotteri americani. È un’azienda strategica che non possiamo permetterci di lasciar fallire”.

Dalla crisi degli ordini all’arrivo degli arabi – Un decennio fa quella che all’epoca si chiamava Piaggio Aero Industries deteneva il 4,6% della produzione mondiale dei turboelica di aviazione. Soltanto nel 2007 aveva consegnato 21 aerei P180 e ne aveva prodotti 27 (con un prezzo medio intorno ai 6,2 milioni di dollari per velivolo). Un vero e proprio record per l’azienda, che aveva stabilimenti a Sestri Ponente e Finale Ligure ed era considerata il fiore all’occhiello dell’industria aeronautica italiana. Come riporta Il Sole 24 Ore, i problemi sono iniziati a partire dal 2009, quando gli ordini sono calati a quota 24, a 11 nel 2010, per poi crollare a 4 nel 2011 e soltanto a 2 nel 2017. Per far fronte alla crisi, nel 2013 è stato concluso un aumento di capitale di 190 milioni di euro che ha visto l’ingresso nella società degli indiani di Tata Limited e degli arabi di Mubadala (fondo sovrano di Abu Dhabi). Proprio loro poi hanno deciso di acquistare progressivamente le quote degli altri azionisti per arrivare a controllare il 100% della società. Un’operazione che ha ricevuto il benestare del governo Renzi, in virtù della possibilità di esercitare in futuro il cosiddetto Golden power. “La scelta fu presa perché, essendo la Piaggio un’azienda strategica per il Paese su piano militare, gli arabi non avrebbero potuto portare alcun prodotto fuori dall’Italia senza il via libera del Parlamento”, chiarisce il sindacalista della Cgil Pasa. “All’epoca il fondo degli Emirati sembrava garantire una prospettiva solida, ma a loro non interessava il settore civile: hanno investito quasi 1 miliardo di euro esclusivamente per la produzione dei droni”.

I problemi con il drone P1HH e le promesse mancate della politica – Nel 2013, infatti, Piaggio aveva annunciato al Salone internazionale dell’aeronautica di Parigi un nuovo velivolo. Si trattava del P1HH (HammerHead), un drone capace di volare per 16 ore e disegnato per missioni di sorveglianza, intelligence e ricognizione. In realtà, mai progetto fu più sfortunato: nel maggio del 2016 l’unico prototipo operativo precipitò in mare durante un volo di prova, dopo nemmeno 20 minuti dal decollo. Considerato troppo pesante e poco autonomo, il drone si è rivelato più impegnativo del previsto su piano tecnologico ed economico (oltre che in competizione con un altro progetto europeo). A distanza di sei anni P1HH è ancora incompleto (manca la certificazione, per cui sono necessari ulteriori 70 milioni e 12 mesi di lavoro), mentre il suo successore, il P2HH, esiste solo sulla carta. Nonostante questo, a poche settimane dalle elezioni del 4 marzo 2018 la ministra della Difesa Pinotti ha ordinato a Piaggio 10 “sistemi” composti ognuno da due droni e da una stazione di pilotaggio a terra, con l’obiettivo di dare nuova linfa vitale all’azienda. “I soldi non li abbiamo visti né dal governo Gentiloni, che era ancora in tempo a erogarli, né dal governo Conte”, spiega Pasa.

“Anzi, l’attuale esecutivo ha cambiato idea continuamente, finché a novembre scorso gli arabi si sono stancati dell’inaffidabilità dello Stato italiano e l’azienda è andata in amministrazione straordinaria”. Una situazione ulteriormente aggravata dai debiti del gruppo (618,8 milioni, a fronte di un fatturato di un centinaio di milioni) e ora gestita dal nuovo commissario straordinario Vincenzo Nicastro. Il ministero del Lavoro si è impegnato a cercare una soluzione di lungo periodo, tant’è che il 26 febbraio scorso sembrava essere stata trovata una quadra: ridurre la maxicommessa a 250 milioni, così da permettere la certificazione del drone P1HH e dare il via libera all’acquisto di quattro sistemi (anziché 10). “La cosa assurda è che, tre giorni dopo, le commissioni Difesa di Camera e Senato si sono riunite e il capo di Stato maggiore dell’Aeronautica (Alberto Rosso, ndr) ha dichiarato che il P1HH non serve a niente”, aggiunge il sindacalista della Cgil. “Di Maio ci ha rassicurato che la decisione sarebbe stata politica, ma il giorno seguente la ministra Trenta ha dichiarato ufficialmente che non se ne farà nulla. E ora è stata annunciata la cassa integrazione”. L’unico spiraglio lasciato aperto dalla titolare della Difesa è l’acquisto di nuovi velivoli civili P180. Peccato che, sostiene il sindacalista, “il suo ministero ne potrà prendere 3 o 4, invece servirebbe una commessa pubblica per rinnovare tutta la flotta governativa”.

Quale futuro per Piaggio? – È d’accordo con questa prospettiva anche Alessandro Vella, segretario generale della Fim Cisl Liguria. “Attualmente lo Stato ha in forze 37 velivoli Piaggio, sarebbe paradossale se per rinnovarli acquistasse dei nuovi modelli all’estero. Poi c’è la follia del P1HH: è un drone italiano capace di volare, può essere utilizzato per pattugliare le nostre coste ed è quasi pronto”, secondo Vella. “Buttarlo via dopo tutti gli investimenti fatti non avrebbe alcun senso”. Secondo il sindacalista, non resta che aspettare ancora una volta i passi del governo. “Apprendiamo dalla stampa che la ministra Trenta sta cercando delle soluzioni, fra cui il tanto discusso accordo con Finmeccanica-Leonardo. Noi ad oggi non abbiamo ricevuto alcuna convocazione e, se non dovesse arrivare, lunedì 8 aprile sciopereremo davanti alla prefettura di Genova”. La speranza a cui si aggrappano i 1.027 lavoratori di Villanova d’Albenga, Genova e Roma, per i quali è stata chiesta la Cigs, è che Palazzo Chigi “decida una volta per tutte la sua linea politica”. Altrimenti, secondo le prime stime, da inizio maggio rimarranno a casa con una rotazione di 300 addetti alla volta (così da mantenere attivi gli altri rami della società). “Tre Paesi al mondo fanno volare questi droni: gli Stati Uniti, Israele e noi”, ci tiene a specificare Pasa della Cgil. “Capisco gli interessi geopolitici che ci stanno dietro, ma è assurdo che la Piaggio Aerospace si trovi in questa situazione. Senza contare che la sezione della motoristica è un vero e proprio salvadanaio per l’azienda, tanto che ancora oggi ha commesse milionarie e fa gola a molti”, conclude. “Se Piaggio dovesse morire, verrà qualcuno a prendersela per quattro spicci facendone uno spezzatino. Bisogna fare presto, perché il tempo ora sta finendo davvero”.

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