“L’azione disciplinare è stata attivata dopo il pensionamento del dipendente”, per cui nullo è il disciplinare, nulla la censura e quella macchia sul foglio matricolare va cancellata. Finisce così la vicenda dell’ex poliziotto del carcere di Como sanzionato per aver riconsegnato l’arma di servizio senza alcune microscopiche rondelle che si trovano all’interno del calcio. La notizia aveva provocato indignazione in rete per l’abnormità del provvedimento, si trattava infatti di quattro ghiere dentate da 1 centesimo l’una, la cui assenza non inficiava la funzionalità dell’arma e non era riconducibile a negligenza, essendo sigillate all’interno del calcio e non accessibili all’agente. Una storia da barzelletta d’altri tempi, e il suo epilogo non è da meno.

Il 24 marzo scorso il provveditore Luigi Pagano ha firmato il provvedimento che chiude la vicenda sollevando l’ex assistente capo Andrea Turolla da quell’addebito che, dopo 34 anni di onorato servizio, costituiva una “macchia inaccettabile” alla propria onorabilità. “L’incolpato” – come è definito nel disciplinare – aveva fatto ricorso e l’istruttoria è terminata con l’annullamento della sanzione. La motivazione lascia però allibiti almeno quanto il rilievo che l’ha originata: il testo trasmesso dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria della Lombardia alla Casa circondariale neppure cita il motivo della sanzione, in undici righe si limita a constatare che “l’azione disciplinare è stata avviata dopo il pensionamento del dipendente” verso il quale “è decaduto ogni rapporto di subordinazione gerarchica e funzionale tra lo stesso e l’Autorità Direttiva ed è venuto meno l’interesse del dato ad avviare una procedura sanzionatoria, che diversamente, qualora avviata in pendenza di servizio avrebbe avuto ragion d’essere”. Dunque il provvedimento è nullo, ma per vizio di forma. La sostanza non conta.

Per l’agente in pensione Turolla è una vittoria del retrogusto amaro: “Io ho sostanzialmente ottenuto quello che volevo, ripulendo il mio foglio matricolare, il problema è delle migliaia di ragazzi della Polizia Penitenziaria, che continueranno ad essere giudicati in caso di errore, con modalità prive di senso logico e di umanità. Ho fatto questa battaglia non tanto e solo per me, ma per far emergere gli effetti del corporativismo che spinge a una sorta di obbligatorietà dell’azione disciplinare che oltre il buon senso e la misura. E’ un atteggiamento non degno di un moderno corpo di Polizia. Questa è la battaglia che avrei voluto vincere, ma che ahimè, come Pirro, ho perso”.

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