Nel film del 1959 La Grande guerra, diretto da Mario Monicelli e interpretato da Alberto Sordi e Vittorio Gassmann, Oreste Jacovacci (Sordi), dopo che una sentinella gli ha sparato senza chiedere prima la parola d’ordine, urla: “Ma che fai aoh, prima spari e poi dici chi va là?”. Sentinella: “È sempre mejo ‘n amico morto che ‘n nemico vivo! Chi siete?”. Jacovacci: “Semo l’anima de li mortacci tua!”. Sentinella: “E allora passate!”.

Questo scambio di battute, in uno dei film più belli della cinematografia italiana, ricorda molto la “qualità” del rapporto che regna tra la Lega del vicepremier Matteo Salvini e il M5S del vicepremier Luigi Di Maio. Su tantissimi fronti ormai – dalla Tav al ddl Pillon, dalla politica estera alle autonomie regionalile divergenze tra i due partiti sono evidenti, con risvolti tragicomici e vari casi di “fuoco amico” nella stessa trincea politica.

Finora, come è capitato a Jacovacci, le pallottole scambiate tra alleati, l’uno contro l’altro armati, hanno schivato – più o meno intenzionalmente – il bersaglio. La foglia di fico che ha deviato la mira dei cecchini si chiama “contratto di governo”. Al momento della sua nascita, infatti, il nuovo esecutivo targato Lega-Movimento 5 Stelle lo aveva sottoscritto. Il risultato è un programma che tocca alcuni punti e che, in teoria, è vincolante per entrambi i partiti.

Un alibi, insomma. I leghisti e i grillini si giustificano così quando votano iniziative che non condividono: sono vincolati dal famoso contratto. Mentre si appellano a quest’ultimo quando vogliono fare capire all’alleato/nemico che una certa iniziativa non è compresa o sottintesa nell’accordo. La scenetta che coinvolge Jacovacci ricorda un po’ tali schermaglie, più o meno aggressive.

Il problema sta nel fatto che quel contratto – al di là dei proclami – ha costretto il Paese all’immobilismo su vari fronti. E questo immobilismo è una delle cause non secondarie della recessione in cui l’Italia è piombata, “conquistando” l’ultimo posto tra i Paesi dell’Unione europea. Poi c’è un aspetto che potremmo chiamare formale, ma che in realtà coinvolge la vita democratica regolata dalla Costituzione. Perché la nostra Carta costituzionale non prevede che un governo possa reggersi su un contratto, manco fosse un’auto usata o un pollaio in compravendita.

Inoltre i contratti nascono per essere usati e sottoscritti da privati cittadini, non sono concepiti per regolare un accordo istituzionale e politico. Tra privati, in caso di divergenze, l’interpretazione del contratto è affidata a un giudice. Mentre quello sottoscritto dalla casta giallo-verde non può essere affidato al giudizio di un magistrato (a meno che i partiti contraenti non decidano prima di farsi fare una bella perizia psichiatrica). Eppure la possibilità di essere giudicati da un magistrato, cui spetta la parola definitiva, è la garanzia stessa alla base di un contratto normale tra cittadini, a tutela degli interessi delle parti.

Quindi il ruolo del “giudice” da chi è svolto? Lo svolge – in deroga alle nostre norme fondamentali e al buon senso – un premier, Giuseppe Conte, non eletto ma nominato dai contraenti e trasformato in sedicente “avvocato del popolo”. Peccato che – costretto a recitare in modo fittizio la parte di presidente del Consiglio (la pratica gli è stata scippata dai due vice) – Conte appaia del tutto privo di strumenti utili per “giudicare” eventuali contrasti contrattuali tra i partiti di maggioranza. Al massimo ha la possibilità di provare a mediare, però non può imporsi.

Imprigionato da questa messinscena, il nostro Paese in parte si dispera; in buona parte spera ancora che davvero il duo Lega-M5S possa riuscire a mantenere promesse, spesso contrastanti, sventolate da parecchi mesi. Ed eccoci così davanti alla trincea in cui, per un pelo, Jacovazzi sfugge al colpo in fronte sparatogli da un commilitone. “È sempre mejo ‘n amico morto che ‘n nemico vivo!”, si giustifica il soldato di guardia. In mezzo, ci siamo tutti noi. Disarmati, per lo meno fino alle prossime imprevedibili elezioni parlamentari.

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