Bene ha fatto il Viminale a decidere di concedere la cittadinanza italiana a Rami, il ragazzino 13enne che grazie al suo sangue freddo ha evitato una strage nel bus incendiato a Milano. Il caso di Rami non deve però rimanere un caso isolato. Non occorre compiere gesti coraggiosi (non userei il termine “eroici” che mi pare esagerato oltreché abusato), per essere italiani, altrimenti rimarrebbero in pochi nel nostro Paese. Rami in Italia ci è nato e cresciuto, sta frequentando la scuola proprio come i suoi compagni, che come lui sono nati qui. L’esempio di Rami potrebbe essere un buon punto di partenza per avviare finalmente una riflessione sullo ius soli, che è stato in passato evocato, a debita distanza dalle elezioni, per poi finire nel dimenticatoio.

Quanti sono i Rami che hanno visto la luce sul nostro territorio? Che magari continuiamo a chiamare egiziani, marocchini, senegalesi e che non hanno mai visto l’Egitto, il Marocco, il Senegal. Che siedono nel banco accanto ad altri come loro, che però hanno un diritto per nascita che a loro non spetta. Cosa li distingue? Neppure le radici, tanto amate dai fautori del “padroni a casa nostra”, visto che affondano sullo stesso terreno?

Ci sono parole che usiamo normalmente, senza per forza riflettere sul loro significato originario. Un piccolo peccato da cui talvolta sarebbe bene emendarsi. Una di queste è il verbo naturalizzare, utilizzato per indicare la concessione della cittadinanza nazionale a uno straniero (processo in genere assai veloce se lo straniero è un calciatore). Naturalizzare significa “rendere naturale”, riportare allo stato di natura, ma non c’è nulla di naturale in una nazione e nella sua appartenenza. La nazione è una creazione storico-politica degli uomini, destinata a mutare se non anche a sparire.

La costruzione dello straniero, nasce nel quadro nazionale che dà vita a un “pensiero di Stato”, che riflette attraverso le sue strutture mentali, le strutture dello Stato. Ne emerge una linea di demarcazione tra chi possederebbe “naturalmente” la nazionalità di un Paese e chi no (i non nazionali), in quanto nell’ambito dello Stato l’essere sociale è l’essere nazionale. Il peccato dello straniero è quindi il suo non appartenere al “noi” che ci siamo costruiti, di esserne al di fuori, di non meritare gli stessi valori.

Riusciamo a pensare alla natura e all’arte in termini di appartenenza universali, ma non riusciamo invece ad abbandonare l’idea che gli esseri umani siano in qualche modo marchiati da una nazionalità, da una cittadinanza, da un legame con un territorio che, se non è il nostro, li rende automaticamente stranieri. Nascita e nazione sembrano diventati un binomio indissolubile, sul quale costruire la nostra identità.

Concedere lo ius soli è un semplice principio di coerenza, tanto più in un mondo globalizzato come quello attuale, dove le frontiere sembrano esistere solo per gli esseri umani.

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