Le “anime belle” del sovranismo diranno, ça va sans dire, che l’Italia dovrebbe essere autonoma e non cedere ai nessi, sempre pericolosi, coi potentati economici stranieri, siano essi la Cina, gli Usa o la Russia. In un mondo ideale, avrebbero pure ragione: se fossimo, ad esempio, nella kallipolis di Platone. Ma la realtà reale e non ideale è un’altra: hic Rhodus, hic salta! Ed è di questa che occorre sobriamente tenere conto.

Ecco perché, in sintesi, guardo con favore all’apertura dell’Italia alla Cina. Lo scontro vero è tra il vincolo esclusivo con Ue e Nato o, al contrario, l’apertura eurasiatista verso la Cina. La seconda opzione, in effetti, potrebbe apparire l’apice del liberismo e del libero mercato. Ma, nelle condizioni date, non è così. I signori del capitale americano-centrico stanno già storcendo il naso. Non vogliono che la colonia italica guardi alla Cina. Deve servire umilmente Washington, more solito. E ora, goffamente, difendono una sorta di protezionismo pro domo Usa. Addirittura parlano – loro! – di colonialismo cinese e imperialismo di Pechino.

Sì, proprio loro, che dell’imperialismo sono i maestri, i “signori della guerra” come li chiamava Danilo Zolo. Cadono nel ridicolo, allorché sostengono esservi la possibilità, per gli italiani, di essere “spiati” con il “5G cinese”. Faccio, per incidens, notare che il Leviatano del dollaro è dal 1945 che ci spia senza tregua, trattandoci da colonia a sovranità limitata. Diciamolo senza ambagi: i signori del capitale amano il libero mercato, fintantoché esso garantisce la loro egemonia. Aspirano a governarlo con forme di protezionismo, quando esso potrebbe essere vantaggioso per altri, ad esempio per la Cina e l’Italia. Si sa come vanno le cose: gli Usa vorrebbero un libero mercato a loro vantaggio esclusivo, con capitale a Washington e con the rest of the world ridotto a periferia al servigio della capitale. Con masse di docili servitori.

È per questo, ad esempio, che odiano Vladimir Putin, che dopo i due docili servitori che l’hanno preceduto (Michail Gorbaciov e Boris Eltsin) ha saputo risvegliare la Russia alla sua prisca grandezza, facendone una potenza non atlantizzata, ma libera e sovrana. Ed è per questo che odiano la Cina, che oltre a essere indipendente e sovrana è altresì massimamente potente e, come se non bastasse, pure comunista (sia pure di un comunismo davvero sui generis, sia chiaro). Basta vedere la reazione scomposta e iraconda dei pretoriani di Washington per capire quanto sia positiva l’apertura dell’Italia verso la Cina: per il legame che crea e, forse, ancor più per il legame che allenta.

È, anzitutto, un colpo duro contro la monarchia del dollaro e la sua neobarbarica arroganza, propria del despota senz’anima abituato a comandare dall’alto. L’Italia si riconferma laboratorio politico eccezionale e unico in Europa: che ora prova a sganciarsi dalla presa unilaterale degli Usa e apre alla Cina, volgendo lo sguardo verso l’Asia. Ce n’est qu’un début. Almeno speriamo.

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