Il caso Huawei crea tensioni all’interno del governo gialloverde. La Lega ha fatto sapere di non condividere la linea morbida scelta dal vicepremier 5Stelle Luigi Di Maio per rassicurare gli alleati statunitensi sulla sicurezza nell’uso di apparecchiature cinesi. Ma punta piuttosto ad interventi più incisivi che possono andare da una revisione degli accordi sul 5G fino all’uso del “golden power” previsto per le infrastrutture strategiche. Per la Lega insomma non basta che Di Maio abbia deciso di creare un Centro di certificazione degli apparati utilizzati nelle reti strategiche presso il ministero dello Sviluppo economico. Ma serve un’azione più incisiva che possa rassicurare gli Stati Uniti sui potenziali rischi derivanti dall’uso di apparecchiature cinesi per lo sviluppo della rete di telefonia mobile di quinta generazione.

La questione è particolarmente delicata. Tanto più che la Lega sta formalizzando le sue perplessità al Mise in un’interrogazione di cui è primo firmatario il deputato leghista della commissione trasporti e telecomunicazioni della Camera, Massimiliano Capitanio. Nel documento si ricordano i dubbi statunitensi relativamente alle questioni di sicurezza nazionale fino ad arrivare alla vicenda dell’arresto in Canada, su richiesta statunitense, del direttore finanziario, Meng Wenzhou, accusata di aver violato le sanzioni americane all’Iran. Inoltre il testo passa in rassegna gli ingenti interessi economici di Huawei in Italia evidenziando come la società sia al centro delle sperimentazioni sul 5G accanto a Tim, Vodafone e Wind-Tre, i più rilevanti operatori di mercato nel nostro Paese.

Infine, l’interrogazione esprime perplessità sul progetto della società pubblica Infratel, WiFi.Italia.It, che da lunedì dovrebbe portare il wifi gratuito nelle piazze d’Italia dei piccoli comuni sotto i duemila abitanti e in 138 comuni terremotati. Secondo la Lega, Infratel avrebbe assegnato direttamente a Huawei la fornitura tecnologia di un affare da circa 53 milioni di euro. Anche se, in realtà, l’appalto per fornire i router necessari al progetto Infratel è stato vinto, via Consip, da Telecom, che a sua volta si rifornisce di apparecchiature Huawei. Tuttavia “visto quanto accaduto, il Governo potrebbe esercitare il golden power, ricorrendone i presupposti previsti dal decreto-legge 15 marzo 2012, n. 1″, si legge nel documento, che chiede al ministro Di Maio se “non ritenga opportuno adoperarsi per verificare l’operato di Infratel e soprattutto per promuovere una specifica strategia volta alla tutela degli apparati elettronici circolanti in Italia e al più ampio interesse della sicurezza cibernetica”. Parole che pesano sui rapporti fra i due alleati che si preparano peraltro all’imminente visita del presidente cinese Xi Jinping che dovrebbe sbarcare a Roma per la fine di marzo.

Ma non sarà facile per il ministro Di Maio trovare la quadra su una spinosa questione su cui gli americani non hanno alcuna intenzione di arretrare. Non a caso giovedì 22 febbraio, il segretario di Stato americano Mike Pompeo ha sottolineato che “se un Paese adotta componenti Huawei e le usa per le sue infrastrutture sensibili non saremo in grado di condividere informazioni né di lavorare con loro”. Il riferimento era a Roma, ma anche a Londra e Berlino che hanno aperto all’uso di tecnologia cinese. Del resto Huawei e Zte sono fra i più grandi produttori di infrastrutture di rete per le telecomunicazioni del mondo, investono in ricerca e hanno sviluppato tecnologie all’avanguardia. Gli Stati Uniti hanno deciso di stoppare la vendita degli apparati venduti dalle due aziende americane al governo americano perché ritengono che le reti cinesi siano un cavallo di Troia per lo spionaggio e quindi un rischio per la sicurezza nazionale degli Usa e dei loro alleati.

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