Gli americani diedero subito il nome di soft landing (atterraggio morbido) alla manovra di stretto controllo sui tassi e sull’inflazione con la quale l’allora presidente della Federal Reserve, Alan Greenspan, “pilotò” l’economia americana fuori dal terreno minato della crisi (inizio anni 90) e dal successivo periodo di “rimbalzo” durante il quale gli interventi monetari, uniti alla riduzione delle tasse e ad altri interventi a sostegno dell’economia e a contenimento della disoccupazione, se non finemente controllati possono scatenare una pericolosissima fase di irrefrenabile inflazione. Guidare un’economia come quella americana è come guidare un “Titanic” al tempo in cui esso è affondato. Se non vedi per tempo il pericolo vai a sbattere!

Ma c’è anche il pericolo inverso e noi europei ne sappiamo qualcosa ricordando la disinvoltura di monsieur Jean-Claude Trichet. Allora presidente della Banca centrale europea, quando intervenne ad alzare i tassi in Europa, per ben due volte in soli sei mesi nella prima metà del 2011 (quando tutti davano già per finita la crisi) al solo scopo di evitare il “surriscaldamento” dell’economia europea e la conseguente inflazione, la “frenata” riuscì benissimo. Solo che la macchina finì in “testa-coda” e dovettero chiamare Mario Draghi a sistemare le cose. Da allora l’inflazione in Europa non si è più vista (il mitico 2% è ancora un miraggio).

Negli Usa sembra invece che, ultimamente, le cose comincino a funzionare nel modo giusto. Al “volante” della Banca centrale americana (la mitica Federal Reserve) c’era, negli ultimi due anni di Obama, l’ottima Janet Yellen, che ha saputo davvero guidare con grande autonomia e competenza, dopo il ritiro di Ben Bernanke, la politica monetaria Usa, portando il colosso americano finalmente fuori dalle “secche” del disastroso 2008. Ma fin dal suo arrivo alla Casa Bianca, Donald Trump ha fatto capire che quella donna non gli era gradita e lei, giunta al termine del suo mandato, si è dimessa. Trump ha scelto Jerome Powell come successore, un economista competente ma non di altissimo livello (forse proprio nella speranza di assoggettarlo ai suoi spesso strampalati desideri di onnipotenza) ma ha dovuto ricredersi. Powell ha preso sul serio il suo importante incarico (che prevede tuttavia l’indipendenza del suo ufficio dalle interferenze governative) e, nonostante le roventi esternazioni del “boss”, ha proseguito nella prudente politica monetaria avviata dalla Yellen.

Benché il rialzo dei tassi sia la più classica delle azioni che le banche centrali fanno per frenare la crescita dell’inflazione e il formarsi di “bolle” speculative nell’economia (rendendo meno liquida la massa monetaria), è innegabile che nel 2018, specialmente dopo l’avvento della flat tax e delle politiche autarchiche trumpiane, i motivi per varare almeno qualche quarto di punto in più sui tassi c’erano tutti. Ma la Yellen, che ha lasciato la poltrona della Fed nel febbraio 2018, aveva già messo in guardia tutti del pericolo di un “rimbalzo” tecnico (tipo Trichet?) nella politica monetaria e ha sempre detto che il mercato finanziario dei giorni nostri è radicalmente cambiato rispetto a quello di non molti anni fa: occorre agire con molta moderazione in un mercato che muove forse più del 70% delle transazioni in automatico mediante supercomputer.

Anche Powell ha seguito i suoi consigli, nonostante le pressanti lamentele degli operatori di settore (le finanziarie e gli operatori di borsa) che da diversi anni ormai sono costretti a operare con tassi così bassi e si sentono come se dovessero lavorare indossando una camicia di forza. Tuttavia, seppure a “passettini” di un quarto di punto per volta, Powell aveva già raggiunto quota 2,50; con un’inflazione che rimane “tranquilla” attorno al 2%. Considerando che, nel frattempo, anche l’indice della disoccupazione (attestato attorno al 4%, vedasi grafico) è persino più basso del necessario, si può ben dire che l’economia americana attraversa una situazione decisamente ottimale e che i due piloti Fed alla guida nei recenti anni stanno facendo molto bene il loro mestiere.

Loro potrebbero quindi dichiarare con orgoglio di aver finalmente realizzato il mitico “atterraggio morbido” del ritorno alla normalità dopo una forte crisi. Ma non è opportuno illudersi di aver raggiunto l’Arcadia. Anzi, proprio la bontà del livello raggiunto costringe a pensare al dopo. L’equilibrio di questi giorni non è qualcosa di definitivo, al contrario: è minacciato in continuazione da un’infinità di eventi che lo possono alterare. Una nuova recessione è sempre dietro l’angolo e bisogna considerare anche che Trump, invece di usare tutti quegli stimoli quando non ce n’era bisogno, doveva fare quello che i repubblicani hanno predicato per tutti gli otto anni di presidenza Obama: ridurre il debito pubblico. Lui invece ha bruciato la leva fiscale e tutti gli altri stimoli al solo scopo di “farsi bello” (senza peraltro riuscirci molto).

Il guaio perciò è che, dopo “l’atterraggio morbido” del 2018, l’aereo trumpiano sia costretto a terra. Il mondo continua a girare, le crisi vanno e vengono, alla prossima crisi (che potrebbe arrivare anche molto presto) lui sarà senza benzina e senza munizioni.