Nel 2015 l’impresa della Lega Nord a Rovigo era stata memorabile. Nel capoluogo del Polesine, da sempre “terra rossa”, sfruttando anche l’effetto dell’elezione di Luca Zaia in Regione, il candidato Massimo Bergamin, ex autista di autobus, aveva sbaragliato il centrosinistra. Al balottaggio aveva conquistato quasi il 60 percento dei voti, grazie all’appoggio di Forza Italia e Obiettivo Rovigo. Quattro anni dopo, l’epilogo della gestione comunale a Rovigo imbarazza la Lega. Perchè il sindaco, che è anche vicepresidente della Liga VenetaLega Nord, per venti gorni è rimasto senza giunta, dopo aver dimissionato tutti gli assessori. Ha resistito in trincea, ma senza prospettive politiche, nonostante la segreteria regionale della Lega si sia spesa per arrestare la frana che si stava abbattendo sul municipio, considerando anche che era in gioco l’immagine di uno dei suoi uomini più rappresentativi. Tutto inutile. Alla fine, visto che il primo cittadino non voleva andarsene, ci hanno pensato i consiglieri comunali di tutti i partiti a dimettersi in massa, chiudendo la legislatura ed evitando che, per ragioni burocratiche, il Comune restasse commissariato fino alle amministrative del 2020. In questo modo, invece, arriva subito un commissario, ma per il tempo necessario per le elezioni anticipate.

Un fallimento per la Lega Nord. Perchè in quattro anni la maggioranza ha conosciuto cinque rimpasti di giunta, con il cambio di cinque assessori su otto, fino all’azzeramento completo deciso da Bergamin alla fine di gennaio. Incomprensioni, cambio di linea, faide interne. Alle 21 del 21 febbraio, allo scadere del ventunesimo giorno del governo solitario di Bergamin, 22 consiglieri comunali su 32, appartenenti a tutti gli schieramenti, hanno firmato contestualmente le dimissioni.

È un epilogo che ricorda un po’ la notte dei lunghi coltelli in cui venne fatto cadere il sindaco leghista di Padova, Massimo Bitonci, ora presidente della Liga Veneta-Lega Nord e sottosegretario. Ma questa volta la crisi è soprattutto interna al partito. Bergamin non riusciva più a controllare il suo gruppo consiliare. E neppure l’intervento personale del segretario regionale Toni Da Re è riuscito a ricucire una frattura apparsa insanabile. Ha provato perfino a battere i pugni sul tavolo, lanciando segnali severi: “A un anno dalla scadenza del mandato bisogna portare a termine quello che si è iniziato, superando insieme le difficoltà: se un leghista manda a casa il suo sindaco, va a casa anche lui. E cambia partito”.

Dopo aver dimissionato la giunta, Bergamin era ormai privo di maggioranza, potendo contare soltanto su 13 consiglieri rimastigili fedeli. Su numerosi argomenti amministrativi si erano manifestate divergenze, soprattutto sulla gestione dei rifiuti e sulla fusione dell’azienda del servizio idrico integrato, Polesine Acque, con la padovana Cvs. Alla fine i nodi sono venuti al pettine. E la campagna elettorale della Lega in Polesine, in vista delle prossime europee e della nuova amministrazione comunale, adesso appare tutta in salita.

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