L’ambasciatore svedese in Italia, Robert Rydberg, risponde alle accuse lanciate dal senatore della Lega, Simone Pillon, che durante un convegno in cui esponeva gli obiettivi del provvedimento che porta il suo nome aveva dichiarato, all’inizio di febbraio, che in Svezia “la gente si suicida come le mosche” a causa di scelte politiche che avrebbero portato alla disgregazione della famiglia tradizionale e alla conseguente perdita d’identità. Lo fa con una lettera a Ilfattoquotidiano.it: “Il politico (Pillon, ndr) fa riferimento ai cosiddetti ‘uteri in affitto’. In Svezia, la gravidanza surrogata nella sanità pubblica o su base commerciale è proibita dalla legge – si legge – In Svezia è stata legalizzata la fecondazione assistita per donne single nel 2016. I dati suggeriscono che in quell’anno circa lo 0,2% delle gravidanze hanno avuto un esito positivo attraverso questa possibilità”.

Poi il diplomatico vuole smentire le parole del senatore, spiegando che quello dell’alto numero di sucidi in Svezia è un falso mito: “Secondo un mito che va avanti da tanto tempo, il tasso dei suicidi in Svezia è particolarmente elevato. Questa informazione, a cui fa riferimento il Senatore, non è corretta. In realtà siamo vicini alla media europea”. Poi conclude: “Inoltre, la Svezia viene considerata, nei vari ranking internazionali, tra i paesi migliori al mondo dove crescere i bambini. Diamo molta importanza al fatto che i genitori possano prendersi cura e passare molto tempo con i propri figli quando sono piccoli. Per questo motivo abbiamo uno dei congedi parentali più lunghi nel mondo, che viene praticamente sempre utilizzato. È anche previsto che i genitori abbiano la possibilità di rimanere a casa quando i bambini si ammalano, ricevendo l’80% del salario. L’amore per i nostri figli è un valore che abbiamo in comune con gli italiani”.

Quello tra il Senatore Pillon e Stoccolma è lo scontro tra due concezioni opposte di famiglia: tra chi punta a rendere illegale l’aborto e un ordinamento che, invece, non contempla l’esistenza di medici obiettori di coscienza, tra chi si oppone alla fecondazione assistita e chi, invece, ha deciso di renderla legale, tra chi si fa promotore dei valori della cosiddetta “famiglia tradizionale” e un Paese dove i matrimoni omosessuali sono legali da dieci anni. Non è un caso, quindi, che il governo svedese sia stato il primo al mondo, nel 2014, a lanciare un piano di “politica estera femminista” che, dopo quattro anni, ha portato l’esecutivo e il ministro degli Esteri, Margot Wallström, a sostenere che “società con parità di genere godono di migliore salute, una più forte crescita economica e maggiore sicurezza. Inoltre, contribuiscono alla pace”. Tanto che il governo svedese si è autodefinito “un governo femminista”, dove questo approccio alla politica estera è rimasto, anche dopo la conferma del primo ministro Stefan Löfven, a gennaio, una delle principali strategie dell’esecutivo.

Nel suo documento d’intenti, il ministero svedese spiega che il programma di politica estera femminista consiste “in un metodo di lavoro e in una prospettiva che parte dal principio delle tre R: rights, representation e resources”, ovvero diritti, rappresentazione e risorse. Per “diritti” si intende il promuovere e affrontare le principali emergenze in materia di parità di genere, come la discriminazione e la violenza sulle donne. Con la seconda R, quella della “rappresentazione”, si punta a garantire la presenza delle donne nei ruoli decisionali, sia pubblici che privati. Infine, con “risorse” si intende la possibilità di distribuire equamente fondi e, appunto, risorse tra uomini e donne.

L’intento dichiarato è quello di improntare le politiche nazionali, anche in politica estera, al fine di “aumentare la visibilità di donne e ragazze come attori” internazionali, con l’obiettivo di azzerare disuguaglianza e discriminazione di genere. Come ha spiegato in un’intervista al New Yorker il ministro Wallström, promuovere una politica estera femminista “vuol dire stare contro la globale e sistematica subordinazione delle donne”. In politica estera, questo principio dovrà tenere presente del principio di “intersezionalità” che prende in considerazione il fatto che le persone nel mondo si trovano in condizioni di vita differenti, con bisogni e livelli di influenza diversi: “Ci sono ancora molte donne che non sono in grado di decidere chi sposare, con chi fare sesso o quando avere figli – ha dichiarato il ministro per la Cooperazione allo sviluppo internazionale, Isabella Lövin – Questo è assurdo”.

Questa politica radicale scelta dal governo si è scontrata con le critiche di alcune organizzazioni svedesi della società civile che hanno accusato il governo di ipocrisia a causa dell’esportazione di armi verso Paesi che violano i diritti umani e della sospensione temporanea del diritto di ricongiungimento familiare per i rifugiati. Allo stesso tempo, ha anche messo a rischio i rapporti con alcuni Paesi. Il Marocco, ad esempio, nel 2015 ha bloccato l’apertura di uno stabilimento Ikea nel Paese. La motivazione formale era legata alla mancanza di un “permesso di conformità”, ma alcuni media vicini al governo di Rabat sostengono che lo stop avesse come motivazione il sostegno svedese al movimento indipendentista del Sahara Occidentale. Poi ci sono stati anche il riconoscimento dello Stato di Palestina, che ha portato a un botta e risposta tra il governo di Tel Aviv e l’allora neoeletto premier svedese, e le critiche di Wallström all’Arabia Saudita in materia di diritti umani che hanno portato al blocco dell’export di armi verso Riyad e al ritiro degli ambasciatori saudita ed emiratino da Stoccolma.

Twitter: @GianniRosini

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