I cambiamenti climatici saranno la scintilla che spingerà in guerra nazioni altrimenti pacifiche? Non è semplice rispondere a questa domanda, certamente tra le più inquietanti di questo secolo. E le risorse idriche sono a loro volta l’elemento chiave del dilemma.

Negli ultimi anni, numerosi studiosi di politica, storia, economia e climatologia hanno sostenuto che si tratta di un’ipotesi realistica. Vari storici hanno individuato nelle variazioni di regime termico e pluviale le concause nella caduta dell’impero di Roma. In tempi meno remoti è stata provata l’influenza del clima nelle molte guerre del XVII secolo, durante la piccola glaciazione europea, così come nelle condizioni economiche e sociali che innescarono la rivoluzione francese. Alcuni economisti addirittura sostengono che, lungo la storia dell’umanità, il legame tra violenza e cambiamento climatico duri da diecimila anni. Ma sono congetture controverse. La statistica è una scienza debole e la ricerca sulle relazioni tra clima e guerra è affetta da un vizio statistico di fondo, che amplifica l’associazione tra i due fenomeni, clima e conflitti, sulla cui esistenza effettiva pende un enorme grado di incertezza. 

Nel frattempo, famosi scienziati e politici importanti hanno avvalorato l’idea che il riscaldamento globale abbia contribuito a scatenare la guerra civile in Siria. Aggiungo che lo sfruttamento intensivo dell’Eufrate da parte dei turchi non ha certo contribuito alla pacifica convivenza tra i vari popoli della regione: come insegna Fedro, un lupo a monte non rincuora gli agnelli a valle. Non solo, la trasformazione delle colture tradizionali in monocolture intensive ad alto valore aggiunto ha salinizzato i suoli e prosciugato le falde, a loro volta messe in crisi dalla lunga siccità. Condizioni ideali per la nascita di conflitti dove popolazioni diverse, anche sotto il profilo etnico, debbano contendersi una risorsa scarsa ma preziosa come l’acqua.

Nel 2015, Barack Obama disse che “Non è stato il cambiamento climatico a causare i conflitti che vediamo in tutto il mondo, ma la siccità, i fallimenti agricoli e l’alto costo dei generi alimentari hanno contribuito a innescare i primi disordini in Siria”. E l’anno dopo, il candidato democratico Bernie Sanders dichiarò che “il cambiamento climatico è direttamente correlato alla crescita del terrorismo”. La svolta sovranista tende invece a negare la percezione e la consapevolezza che il clima stia cambiando e che possa cambiare ancora più drasticamente nel prossimo futuro. Ed è la stessa corrente di pensiero che sta innescando il pericoloso appetito dei paladini del riarmo, come dimostra la recente crisi sul Trattato Inf per il controllo delle Armi Nucleari. Nessuno dubita che, da sempre, sono gli uomini a fare la guerra, ma ci sono aree del pianeta in rapida evoluzione climatica, come l’Artico o la catena Himalaiana, dove la convergenza degli interessi nazionali provoca attriti in grado di provocare qualche scintilla.

Per quanto riguarda il bene comune, l’acqua, quattro argomenti giocano a favore della pace anziché del conflitto:

1. la cooperazione tra Stati prevale ancora sul conflitto;

2. lo sviluppo di nuove tecnologie aumenta la disponibilità di acqua dolce;

3. le caratteristiche intrinseche dell’acqua come risorsa non giustificano gli interventi militari tra Stati confinanti;

4. il commercio di acqua virtuale offre l’opportunità di sopperire alla scarsità locale di risorsa.

Come alcuni colleghi hanno recentemente dimostrato, mantenere la pace climatica ha costi notevoli, ma si può fare; e rappresenta l’opzione più ragionevole. A tal fine, non vanno però sottovalutati i costi nascosti, sociali e ambientali, del commercio dell’acqua virtuale. Se trascurati, potrebbero esplodere in conflitti interni nei Paesi esportatori d’acqua virtuale, tra chi può permettersi una bistecca prodotta da 12 metri cubi d’acqua e chi non riesce a mettere insieme il pasto con la cena.

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