Davvero ci stupiamo se l’Italia è precipitata nella recessione, nonostante le imbarazzanti assicurazioni contrarie del fantasmino attacca-il-carro-dove-vuole-il capo Giovanni Tria o del credente nei miracoli di Padre Pio Giuseppe Conte, l’azzimato giovane di studio che deve giustificare con acrobazie verbali la parcella al proprio cliente gialloverde?

Indubbiamente “ci sta” della ragione nel ricordare le responsabilità ministeriali pregresse per l’attuale prospettiva sconfortante (il sistema-Italia è certificato non in grado di creare le risorse indispensabili per alimentarsi, né tanto meno finanziare le distribuzioni di panem et circenses dei governanti). Fermo restando che il colpo di grazia lo hanno inferto mesi di ininterrotta/irresponsabile campagna elettorale, basata su provvedimenti che non possedevano minimamente i crismi del rilancio. Tra l’altro in forte ritardo sui ruolini di marcia previsti e quindi ancora inerti nel produrre gli ipotetici effetti anti-congiunturali attribuiti loro dai promotori: semplici erogazioni a vantaggio dei rispettivi target elettorali. Che tuttavia drenano capitali enormi, tanto da prosciugare l’intera dotazione disponibile.

Perché tutto questo? Accantonando per un attimo (e per carità di patria) l’ipotesi di cinica malafede, resta il fatto che i nostri nocchieri nell’odierna tempesta forza 12 (scala Beaufort) Luigi Di Maio e Matteo Salvini si portano confisse in testa idee assolutamente peregrine riguardo alle possibili uscite di sicurezza nazionali. E chissà chi li ha convinti di queste scempiaggini. Forse Silvio Berlusconi, con le sue prime performance a Porta a Porta con plastici e fantasmagorie infrastrutturali per il leghista? Per il Cinquestelle qualche politologo bislacco degli atenei privati dediti al culto NeoLib, che vaneggia di New Deal?

Appunto, l’idea miracolistica che sia sufficiente distribuire moneta a pioggia per riattivare automaticamente il ciclo virtuoso consumo-investimento: i non-abbienti riqualificati consumatori che iniziano a spendere, le aziende che riprendono a vendere, la domanda crescente che dà vento alle vele dell’apparato produttivo; che – così – crea nuovi posti di lavoro.

Povero Franklin Delano Roosevelt: la sua operazione anticiclica (keynesiana) denominata New Deal era un tantinello più complessa, operava entro perimetri statuali (oggi buona parte dei beni di prima necessità, dai medicinali all’alimentare, sono immessi nel mercato italiano da aziende in mano al capitale straniero, i cui flussi possono variare solo le quote di importazione, mentre crescite congiunturali dei volumi della domanda fanno solo lavorare di più le linee produttive senza incrementi occupazionali) e non presupponeva gli effetti salvifici che le attribuiscono gli epigoni vintage 1939 Giggino e Matteo.

Stando così le cose, a prescindere dal miglioramento delle disponibilità monetarie per i supporter dei due viceministri, niente di utile avviene in funzione anticrisi. Proprio perché nulla si indirizza a riqualificare il nostro apparato produttivo, che campava su capacità esportative sempre più cedenti. Ossia quel sistema di industrie prevalentemente manifatturiere che va restringendosi da 20 anni (mentre nel resto del mondo cresceva del 36,1%, da noi decresce del 25,5%, dato Confindustria), concentrato su prodotti a basso contenuto tecnologico e altrettanta bassa soglia di entrata (le “tre F”: food, fashion, furniture: cibo, abbigliamento, mobili), che non è in grado di rinnovare la propria gamma merceologica anche perché l’organico medio di nove addetti non consente investimenti in ricerca e sviluppo, né tanto meno stabili relazioni di fertilizzazione incrociata con il sistema nazionale della ricerca.

Dopo il maggio elettorale ci renderemo conto che le rassicurazioni del duo Tria-Conte erano solo una spregiudicata gag. E resta il dubbio: con questo ceto politico di piazzisti vendi-fumo (tanto al governo, come all’opposizione) ci sono le condizioni per avviare un serio piano di svolta nazionale?

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