L’uomo che ha collaborato alla creazione di Forza Italia si vergogna di averlo fatto. E ora che dal famoso discorso della discesa in campo sono passati esattamente 25 anni, il “pentimento” di Ezio Cartotto non è legato solo alle questioni giudiziarie. “Il Berlusconismo ha fatto abbassare il livello culturale degli italiani. Ecco perché poi il populismo vince sul popolarismo: la gente non pensa più”, sostiene il professore, uno dei creatori del partito azienda di Silvio Berlusconi. “Ma io volevo fare un partito popolare non populista”, protesta l’anziano democristiano milanese, il politologo che Marcello Dell’Utri ingaggiò in gran segreto nel 1992 per lavorare alla cosiddetta operazione Botticelli: era lo studio di un nuovo partito politico che avrebbe poi portato alla nascita di Forza Italia. “Si chiamava operazione Botticelli dal nome del palazzo di Milano 2 dove avrebbero dovuto mettere tutta l’attività politica”, ricorda il professore, il cui ruolo ha parzialmente ispirato Leonardo Notte, il personaggio interpretato da Stefano Accorsi nella serie 1992. “Qualcosa del mio contributo c’è”, dice Cartotto, che si è allontanato dagli ambienti forzisti già nel 1996, dopo la mancata candidatura al Senato (“Da allora non credo più alla parola di Silvio”), ma è rimasto in contatto negli anni successivi sia con Dell’Utri che con Berlusconi. “Silvio si è arrabbiato molto quando è uscito il mio libro. E si arrabbia anche quando rilascio interviste”, dice il politologo, testimone dell’accusa nei principali processi a carico di Dell’Utri, compreso quello sulla Trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa nostra. “I giudici dicono che ho partecipato alla creazione di un partito fatto da gente che aveva contatti con i mafiosi? Posso solo dire che mi vergogno di averlo fatto e se potessi tornare indietro non lo rifarei più. C’erano delle cose, tante cose, che non mi venivano dette. E altre di cui non mi accorsi”, è il mea culpa dell’ex Dc, che oggi ha 75 anni e vive in una villetta discreta alle porte di Milano. È qui che ilfattoquotidiano.it è andato a intervistarlo nel venticinquesimo anniversario della discesa in campo di Berlusconi.

“L’Italia è il Paese che amo”. Era il 26 gennaio del 1994, un quarto di secolo fa. Professor Cartotto, cosa ricorda di quel giorno?
Ero a Roma in via dell’Umiltà e tenevo una conferenza di politica che doveva preparare alcune persone della cosiddetta Roma bene a schierarsi con Berlusconi. Considerate che poi Berlusconi fu candidato nel collegio di Roma 1 per il veto di Umberto Bossi che non lo volle a Milano. Ho finito di parlare appena prima della messa in onda del discorso di Silvio.

Di chi fu l’idea di quel discorso? La calza sulla telecamera, la scrivania, le foto…
Sua, di Silvio. Tutto ciò che riguarda la comunicazione era strettamente controllato da lui. Lui era leader e insieme anche ministro della propaganda, della comunicazione.

Chi lo scrisse il testo?
Lo ha scritto lui. Era un discorso troppo importante: quindi lo ha scritto lui. Almeno la prima bozza. Poi è passata ad alcuni fedelissimi: credo Paolo Del Debbio, Gianni Letta, Giuliano Ferrara. Ma la prima bozza è sua. Lui è così. Come scrisse Montanelli, Silvio voleva essere tutti gli undici giocatori di una squadra di calcio, ma anche l’allenatore. E ovviamente voleva essere pure l’arbitro.

Quel discorso non le parve un po’ banale? Può essere considerato il primo discorso populista dell’Italia repubblicana?
È assolutamente un discorso banale. E anche populista. Ma tenga presente che io speravo che Forza Italia diventasse un partito popolare come la Dc. E invece nacque un partito populista.

Immaginavate già di rimanere al potere 20 anni?
Macchè. Si figuri che una volta, in piena campagna elettorale, Angelo Codignoni, che allora era presidente dei club di Forza Italia, tornando dal Sud disse: “Dottore lei è come la Madonna, c’erano mille persone. Non aspettano altro che lei”. Berlusconi, però, rispose con aria preoccupata. Era preoccupato davvero: non stava recitando, come spesso fa. Disse: “Ragazzi, ma se vinciamo dove cazzo l’abbiamo noi la gente per governare questo Paese?”. D’altra parte Silvio non è mai riuscito a capire il Mattarellum. La legge elettorale non gli entrava in testa: non capiva cosa fosse lo scorporo. E non sapeva neanche cosa fosse il federalismo: chiese a me cosa fosse.

Oggi quale è il partito più simile a Forza Italia?
Nessuno. Forza Italia è un partito che non c’è. Non c’è mai stato. Sia la Lega che anche il Movimento 5 stelle sono partiti molto meglio organizzati. Forza Italia è un partito disorganizzato con un solo leader carismatico: lui. Ecco perché si presenta alle europee.

Perché?
Perché senza Berlusconi gente come Tajani prende 4 voti. Lo fa per salvare il salvabile.

Si ricandida nonostante l’età.
Se uno guarda oggi Silvio Berlusconi è veramente patetico, triste. È come guardare un uomo che si allontana al tramonto.

Ne parla così anche Giuliano Urbani.
Non c’è una sola persona tra quelle a lui più vicine in questi 25 anni che possa dire: Berlusconi è stato un’ottima scelta per il Paese. Martino, La Loggia, Casini, Fini, Alfano: sono andati tutti via anche rovinosamente.

Cesare Previti e Marcello Dell’Utri sono rimasti.
Più Dell’Utri che Previti, perché Previti sta solo zitto: Il più bel tacer non fu mai scritto. Io di Previti ho una certa considerazione: ho letto alcune cose che avrebbe combinato da avvocato per accrescere le ricchezze di Berlusconi. Mi viene in mente una frase di Cicerone: grandi ricchezze, grandi crimini. Dell’Utri invece credo sia ben altra cosa. Uno non si fa tutto quel carcere rimanendo zitto anche se ha preso e prende tanti soldi.

Quando venne ingaggiato da Dell’Utri?
Nell’aprile del 1992, all’allora Palace Hotel in piazza della Repubblica, a Milano. Ero appena andato in crisi: avevo capito che la Dc era finita. Ne avevo parlato con Forlani: avevo detto che al Nord la Lega ci avrebbe distrutto, che non avremmo mai recuperato coi voti del Centro e del Sud. Non aveva capito nulla. Ma una sera mi chiamò Dell’Utri: andammo a cena. Facemmo una chiacchierata: gli dissi le stesse cose che avevo detto a Forlani. Lui si mostrò molto interessato.

Le chiese subito di collaborare al progetto del nuovo partito?
Non subito. Ma rimanemmo in contatto. A settembre mi portò con lui a Montecarlo, quando Berlusconi fece il famoso discorso ai suoi dipendenti. Non parlava mai di politica ma quella volta lo fece. Disse di essere preoccupato perché in politica diminuivano gli amici e aumentavano i nemici e quindi bisognava essere pronti a qualsiasi evenienza. Con lui mi fermai a parlare più volte durante la serata. Io ero seduto al tavolo Marcello, Silvio, c’era suo figlio Piersilvio. Suo padre lo definiva un playboy triste perché nonostante avesse l’opportunità di avere le donne più belle, poi non era mai contento.

Quando diventa consulente di Publitalia?
A ottobre. Marcello mi fa un contratto da cinque milioni al mese e mi danno un ufficio all’ottavo piano di palazzo Cellini, a Milano 2, dove c’era la sede di Publitalia. Si chiamava operazione Botticelli perché a Milano 2 i palazzi avevano nomi di personaggi del Rinascimento. E palazzo Botticelli era libero: era lì che volevano mettere tutta l’attività politica.

Nella prima fase parla solo con Dell’Utri?
Sì, solo con lui. Era tutto molto segreto. Poi ad aprile Berlusconi mi convoca ad Arcore è lì c’è il famoso incontro con Bettino Craxi, quando Silvio inizia a convincersi a creare un partito.

Aveva anche una squadra di consulenti?
Quella venne ad aprile, dopo l’incontro con Silvio e Craxi. Quando raccontai quell’incontro nel mio libro, Silvio andò su tutte le furie.

Tra i suoi consulenti c’era anche un tale Roberto Ruppen che aveva precedenti per furto, falso, ricettazione, fallimento. Sparì subito dopo le elezioni del 1994: chi lo aveva scelto?
Lo scelsi io ma non conoscevo i suoi precedenti: per me era un giornalista che lavorava all’Ordine di Como. Si presentò da me chiedendo un lavoro. Poi lo usarono contro di me dicendo che avevo portato delle cattive persone.

Per la procura di Palmi Ruppen era vicino alla massoneria e al duo Licio Gelli e Francesco Pazienza.
Io di persone che avevano a che fare con Gelli nella vita ne ho conosciute molte. Ruppen non mi risultava essere tra questi.

Da quanto conosce Dell’Utri?
Dalla metà degli anni ’70 quando faceva il segretario-consigliere di Berlusconi. Per me è sempre stato un manager. Avevo notizie peggiori sul fratello Alberto: andava a giocare a Roma in certi salotti e non rispettava gli impegni. Anche le storie che poi lessi su Vittorio Mangano e Marcello mi sembravano gonfiate. Ma ho iniziato ad avere sospetti quando mi presentò Rapisarda negli uffici di via Chiaravalle, a Milano. Io lavoravo alla Torre Velasca, lì vicino.

Filippo Alberto Rapisarda, cioè l’uomo che già alla fine degli anni ’80 ha raccontato le offerte di Cosa nostra per finanziare le tv commerciali di Berlusconi. Lo conobbe bene?
Rapisarda l’ho visto una decina di volte, me lo presenta Dell’Utri, quando lavorava per lui nei primi anni ’80 credo. Ma l’ho visto più spesso quando nacque Forza Italia. In particolare sono rimasto di sale, anzi – scusi l’espressione – di merda, quando sono venuto a sapere che il club numero 1 di Forza Italia era nato negli uffici di via Chiaravalle alla presenza di Rapisarda, di Domenico Lo Jucco, di Dell’Utri e di tutta la compagnia. La cosa scappò di bocca a Guido Possa, che non sapeva bene cosa volesse dire. Io andai da Berlusconi e dissi: “Ma sei diventato matto? Fai il club di Forza Italia da Rapisarda? Ma tu lo sai cosa va dicendo di te: che hai preso i soldi dai mafiosi, dalla Sicilia? Come è possibile che le liste di Forza Italia siano state definite lì da lui nel suo ufficio?” Me lo dissero poi anche Rapisarda e Lo Jucco.

E Berlusconi cosa rispose?
Impallidì. Tenga presente che quando una persona si arrabbia può acquisire due volti: o diventa rosso e va in escandescenze o diventa bianco. Berlusconi diventò bianco e disse: “Beh e allora? Sono nati dalla sera alla mattina duemila club, come facevo a stare dietro a tutto?” Risposi che non poteva raccontare a me queste baggianate, di non prendermi per i fondelli. La verità è che quella cosa venne fatta per tenersi buono Rapisarda. In cambio di qualcosa che io non conosco.

E a Dell’Utri non contestò quella storia del club numero uno a casa di Rapisarda?
Certo. Mi rispose in modo blando. Disse: “Ma noi avevamo bisogno, non potevamo rinunciare, lo sai anche tu che i voti delle suore si contano come quelli dei carcerati”. Dell’Utri e Rapisarda li ho visti anche dopo, quando Berlusconi era già presidente del consiglio.

Quando?
Nell’autunno del 1994, mi pare. Dell’Utri voleva far vedere a Rapisarda che c’era la possibilità di ottenere molte cose. E parlammo dell’ipotesi di cambiare la Costituzione per introdurre la possibilità di referendum per l’abrogazione di leggi penali. Una cosa di cui Rapisarda mi aveva già chiesto in passato. Dell’Utri diceva a Rapisarda che per questo non c’erano problemi di soldi o di altro. “Non ci sono problemi di soldi”, diceva.

Di che leggi penali si parlava?
Non lo so. Ma col senno di poi possiamo immaginarlo.

Dell’Utri le presentò anche Francesco Paolo Alamia, esplicitando che fosse un uomo di Vito Ciancimino.
Quando raccontai questa cosa al suo processo se la prese tantissimo. Disse: “Questa cosa è un altro chiodo nella mia bara. E un chiodo alla volta si sta chiudendo la mia bara”. Ma è capace di arrabbiarsi molto più di così.

Per esempio?
Quando il governo Berlusconi nominò Tedeschi presidente dell’Iri invece di tale Salvatore Mancuso, che era liquidatore dell’Italstat ed era un suo uomo. Dell’Utri andò su tutte le furie. Prese a calci i mobili della sua suite all’ hotel Majestic di Roma. Dell’Utri non è uno di quelli che diventa bianco.

Vicino al Majestic c’era il bar Doney, dove il boss Giuseppe Graviano incontrò Gaspare Spatuzza facendo esplicitamente il nome di Berlusconi e Dell’Utri: li ha mai visti?
Guardi per fortuna questi non li conoscevo. Ma Dell’Utri andava spesso al bar Doney, ci andavamo spessimo. L’ho visto varie volte lì.

Quali sono le altre volte in cui Dell’Utri si è arrabbiato? 
Una volta in cui ebbe notizia del suicidio di un suo amico palermitano (il giudice Domenico Signorino ndr). A quel punto lanciò il telecomando della televisione sul muro e disse: “Non mi devono esasperare, perché se io dovessi mettermi raccontare le cose che so…”

Ma a chi si rivolgeva?
All’entourage berlusconiano che lo osteggiava nei suoi progetti.

Quali progetti?
Lui evidentemente aveva dei progetti in Sicilia. Forse legati ai ricatti di Rapisarda, non lo so. Ma quel giorno in cui seppe del suicidio di Signorino disse quelle cose delicate senza curarsi della mia presenza. Lo fece anche altre volte.

Tipo?
Una volta sbottò perché gli facevano fare delle cose che non voleva fare. Degli straordinari che non gradiva.

Di che straordinari parla? 
Iniziò a imprecare perché a tarda ora gli volevano far ricevere un signore per ritirare una cosa. Si sentiva trattato come un domestico.

Ma cosa doveva consegnare?
Eh, le dico solo che Dell’Utri disse: “Mi tengono qui fino a sera a ricevere un signore perché sono l’unico che ha la cassa del gruppo”

Intendeva il denaro?
Publitalia incassava tantissimo.

Scusi, chi era quel signore che doveva ricevere?
Fece il nome di Aldo Brancher.

L’ex ministro del federalismo in carica due settimane?
Proprio lui, l’ex prete.

Siamo nel?
Mi pare nel 1993.

In quell’anno Brancher venne arrestato con l’accusa di aver pagato tangenti per far avere alla Fininvest alcuni spot del governo contro l’Aids. Fu condannato in primo e secondo grado per finanziamento illecito e falso in bilancio: poi si salvò in Cassazione, perché il primo reato venne prescritto e il secondo venne depenalizzato dal governo Berlusconi. 
Esattamente.

Dell’Utri non le ha mai parlato degli amici siciliani, di Cinà, di Mangano?
No guardi, Dell’Utri con me ci teneva a dire di aver avuto solo una sfortuna: avere a che fare con una squadra di calcio a Palermo, la Bacigalupo. E poi che un giorno Silvio fermò lo yacht a Palermo per chiedergli di andare a lavorare con lui. Perché Berlusconi dovesse fermare lo yacht a Palermo non si sa. È uno dei tanti misteri di questa storia.

Quando ha conosciuto Berlusconi?
Alla fine degli anni ’60, quand’era bloccato il progetto di Milano 2. Lo aiutai gratis a sbloccarlo: poi lui andò dall’allora segretario provinciale della Dc. E lì credo che abbia depositato qualche uovo. Ricordo anche quando aveva paura dei sequestri, quando viveva blindato in casa. Purtroppo Silvio non mi ha mai capito bene.

In che senso?
Una volta mi disse che se volevo aveva una stanza ad Arcore piena di foto pornografiche del defunto marchese Casati. Ovviamente rifiutai e lui mi definì un bacchettone.

Quindi lei non si stupì quando scoppiò il caso Ruby?
Assolutamente no. Un paio d’anni prima dello scoppio del bunga bunga io gli avevo detto: “Silvio, a te manca solo di andare al Quirinale ma devi smetterla di frequentare certe ragazzine, certe donne”. Non mi ascoltò. Purtroppo l’uomo è incorreggibile.

È vero che Berlusconi disse: “Se vado in politica mi mandano in galera, andranno a frugare tutte le carte, diranno che sono mafioso e mi faranno fallire”?
Certo che lo disse. Era un modo per rispondere a Confalonieri che era contrario alla sua discesa in campo. Silvio se l’è anche presa perché l’ho raccontata.

Quando lei venne convocato dalla procura di Palermo che indagava sulla Trattativa chiamò subito Arcore: “Riguarda quel famoso problema della mafia. Quel famoso problema degli accordi tra la mafia”, dice. Perché famoso? Era noto che Berlusconi avesse avuto rapporti coi boss?
Era noto ci fosse quell’indagine. Io poi venni anche trattato male dalla procura perché vennero a cercare a casa mia quel famoso baule in cui tenevo tutti i documenti su di lui.

Che documenti?
Carte che dimostravano i nostri rapporti sin dagli anni ’70. Che dimostravano come all’inizio fui anche io a fargli dei prestiti quando aveva bisogno di soldi mentre Milano 2 era bloccata. Tutto saldato a suo tempo, ovviamente.

Di che prestiti parliamo?
Io avevo delle società in Svizzera e lui mi chiese di metterle a disposizione. Perché all’inizio Edilnord era una sas.

Dopo quella telefonata intercettata incontrò Berlusconi? Cosa le disse? Era preoccupato?
Mi convocò il giorno dopo ad Arcore. Lui è sempre preoccupato quando si pronuncia la parola Palermo. Quello però sembrava un periodo di riavvicinamento: mi fecero pubblicare un libro con Sperling e Kupfer. Poi mi chiamò lui per preannunciarmi che si sarei stato invitato in tv da Del Debbio. Mi disse anche: “Ezio, sai che ho fatto i conti e sono stato al governo qualche mese in più di De Gasperi”. Gli dissi di non dirlo neanche per scherzo.

Perché?
Perché De Gasperi ha preso un’Italia in cui c’era freddo e fame e l’ha fatta diventare un Paese moderno. Berlusconi invece cosa ha fatto? Nulla. Non ha risolto alcun problema.

Glielo disse?
Certo, diventò bianco di rabbia.

È orgoglioso di aver contribuito a creare il primo partito della Seconda repubblica? Anche dopo quello che è emerso su Dell’Utri, i contatti con Mangano, la famosa Trattativa?
No, di questo mi vergogno. Intendiamoci Forza Italia è stata un’esperienza storica. Ha cambiato la storia politica di questo paese. Ma se avessi saputo che i miei alleati in quell’iniziativa erano certe persone, con certi legami, non lo rifarei più.

Sono passati 25 anni: le chiavi di lettura di questo quarto di secolo sono molteplici. La sua quale è? Che bilancio traccia di 25 anni di berlusconismo?
Per me c’è una chiave positiva e una negativa. Quella positiva è legata al fatto che Berlusconi ha bloccato un’indecente vittoria di Occhetto e della sinistra che con il 35% dei voti avrebbero governato. Ma ha condotto il Paese con grande dilettantismo.

Quale è la chiave negativa?
Chiedo scusa per l’espressione, ma il Berlusconismo rappresenta la defecazione della cultura italiana. Grazie alle televisioni commerciali e a tutto il resto dell’investimento culturale fatto da Berlusconi la gente ha smesso di prendere come modello di riferimento i grandi della storia italiana ma è passata al Grande Fratello, all’Isola dei famosi. Berlusconi ha abbassato il livello culturale degli italiani. Ecco perché poi il populismo vince sul popolarismo: la gente non pensa più.

Di questo si vergogna di più rispetto alle questioni giudiziarie che incrociano la storia di Forza Italia?
Certo. Anche nella Dc c’erano mafiosi, anche nel Psi.

Sono colpe gravi quelle che lei imputa al Berlusconismo.
Il successo di Berlusconi è indubitabile. Ma io non so se Silvio sarà felice della vita che ha condotto, quando sarà da solo con se stesso. Quando sarà forse davanti a giudici che non sono di questo mondo. E che dunque non sono corruttibili.

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