È l’ex socio a raccontare ai pm che l’appuntamento con Luca Lotti fu fissato “tramite Tiziano Renzi“. Sarebbe stato il padre dell’ex presidente del Consiglio quindi a combinare l’incontro tra l’imprenditore toscano Luigi Dagostino, l’allora pm di Trani Antonio Savasta e l’allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio avvenuto a Palazzo Chigi il 17 giugno 2015. Interrogato nell’aprile 2018, Dagostino riferì di aver chiesto a Tiziano Renzi di incontrare Lotti perché il pm Savasta aveva in mente un disegno di legge sui rifiuti a Roma. In realtà, secondo quanto emerso dall’inchiesta della procura di Lecce che ha portato all’arresto dello stesso Savasta e del suo collega magistrato Michele Nardi, Savasta chiese a Dagostino quell’incontro perché aveva procedimenti disciplinari e penali a suo carico e voleva trasferirsi a Roma. In cambio, non indagò mai Dagostino nell’ambito dell’indagine per false fatturazioni per circa 5-6 milioni di euro relative proprio alle sue imprese. Sul punto Lotti è stato successivamente sentito due volte, ad aprile e a maggio 2018: le sue risposte sono state viziate da almeno cinque “non ricordo”, per esempio sui presenti a quell’incontro e sul motivo della loro visita a Palazzo Chigi.

L’ex pm Savasta, ora in servizio al Tribunale di Roma, era interessato ad ottenere un trasferimento o un incarico che gli consentisse di allontanarsi dalla procura di Trani. Lo rileva il gip Giovanni Gallo nell’ordinanza che ha portato alle misure cautelari e nella quale si sottolinea che Savasta, “consapevole della pendenza a suo carico sia di procedimenti disciplinari” che “penali”, “aveva “urgente necessità di allontanarsi al più presto da Trani e ottenere un incarico a Roma, incarico rispetto al quale l’incontro con Lotti aveva una specifica connessione strumentale”. Dopo Lotti, Savasta chiederà e otterrà nel dicembre 2016 un altro incontro a Dagostino: quello con Giovanni Legnini, all’epoca vicepresidente del Csm ed ex sottosegretario all’Economia sotto il governo Renzi. Mentre era ancora pendente a suo carico il procedimento disciplinare.

“Risulta evidente”, scrive il gip in merito all’incontro con Lotti, “che Dagostino fissò questo appuntamento a Savasta su richiesta di quest’ultimo, così procurandogli un’indebita utilità“. Nel frattempo, sottolinea ancora il giudice nell’ordinanza, Savasta gestiva le indagini sulle fatture false in cui l’imprenditore Dagostino “emergeva quale figura principale nell’organizzazione della illecita condotta e che neppure venne mai indagato da Savasta, grazie ad un continuo susseguirsi di omissioni e di iniziative volte a sviare l’attività di indagine con il precipuo scopo di favorire Dagostino”.

È questo l’impianto dell’accusa di corruzione in atti giudiziari che i pm di Lecce muovono a Dagostino, Savasta e all’avvocato Ruggiero Sfrecola, emerso come intermediario tra le due figure. Secondo quanto contenuto nell’ordinanza,  l’avvocato Sfrecola riceveva dall’imprenditore Luigi Dagostinore degli outlet ed ex socio di Tiziano Renzi e Laura Bovoli soldi da dividere con Savasta che stava appunto indagando per false fatturazioni relative proprio alle imprese di Dagostino e che avrebbe poi aggiustato le indagini a suo favore, commettendo “plurimi atti contrari ai doveri d’ufficio”. L’ordinanza ricostruisce quelle che vengono ritenute quattro tangenti: in data 8 maggio 2015 la prima da 20mila euro. Altri 25mila il 21 dello stesso mese. Da ultimi, altri 8mila euro in due tranche consegnati a inizio 2016. Ma appunto, non c’erano solo i soldi. Savasta, secondo i pm, voleva sfruttare le conoscenze politiche dell’imprenditore Dagostino per ottenere il trasferimento a Roma. Dagostino che riuscirà a fargli incontrare sia Luca Lotti che, come già scritto, anche Giovanni Legnini, all’epoca vicepresidente del Csm ed ex sottosegretario all’Economia sotto il governo Renzi.

L’incontro a Palazzo Chigi – Interrogato, Dagostino dal canto suo ha sempre negato di aver pagato l’avvocato Sfrecola e il pm Savasta, dicendo anzi di aver incontrato quest’ultimo “per caso un giorno al bar Igloo” di Barletta. Circostanza descritta come del “tutto inverosimile” dal gip alla luce dei collegamenti tra i tre ricostruiti dall’inchiesta. L’imprenditore però non nega l’incontro con Lotti a Palazzo Chigi, ottenuto “tramite Tiziano Renzi“. Secondo Dagostino, quell’incontro gli era stato chiesto da Savasta per parlare a Lotti di “una sua proposta di legge“. A smentirlo però è lo stesso avvocato Sfrecola che, interrogato, racconta invece come Savasta “voleva cambiare aria ed essere quindi trasferito”. Anzi, riferisce che a quel punto lo stesso Savasta “mi disse che era interessato ad avere un incontro con Luca Lotti, io lo dissi a Dagostino e questi lo fissò“.

I “non ricordo” di Lotti – Di quell’incontro a Palazzo Chigi del giugno 2015, Lotti però “non ricorda” molto quando viene interrogato dai pm nella primavera 2018. “Ho una conoscenza superficiale di Antonio Savasta – spiegava Lotti ai pm – sicuramente me l’hanno presentato ma non ricordo chi né in quale occasione”. Lotti diceva di non ricordare l’argomento dell’incontro ma “di regola Dagostino – aggiungeva – mi parlava di suoi interessi a Firenze e delle sue attività riguardanti il the Mall e sul fatto che voleva costruire un centro commerciale in Puglia a Fasano“, negando – rispondendo ad una specifica domanda del pm – di essere a conoscenza di “interessi” dello stesso Tiziano Renzi nel Mall a Fasano. “Non ricordo – sottolineò Lotti – se Savasta mi chiese qualcosa per sé perché non ricordo bene come si svolse tale incontro”.

Le tangenti e l’indagine “insabbiata”
È Savasta, a inizio 2015, a chiedere alla collega originariamente delegata che gli venga riassegnato il procedimento della Procura a carico di Dario Dimonte, Ruggiero Rizzitelli e Leonardo Ruggiero Belgiovine, indagati per emissione di fatture per operazioni inesistenti. Fatture che, si legge nell’ordinanza di custodia cautelare del gip Giovanni Gallo, “venivano utilizzate anche da società toscane riferibili tutte all’imprenditore Luigi Dagostino”. Lo stesso Savasta inoltre omette di astenersi dalla trattazione di tali procedimenti, nonostante l’amicizia con l’avvocato Sfrecola, nominato difensore di fiducia dei tre indagati.

Si arriva così al 21 maggio 2015, quando il pm Savasta dispone con un provvedimento la restituzione delle somme, del computer e di altro materiale sequestrato a Dario Dimonte. Il tutto, si legge nell’ordinanza, “senza avere mai esaminato né delegato ad alcuno l’esame dei documenti e l’analisi dei computer. Il 21 è lo stesso giorno in cui Dagostino, secondo i pm salentini, consegna all’avvocato Sfrecola la seconda mazzetta da 25mila euro. La prima da 20mila era arrivata l’8 maggio: soldi che il legale doveva in parte tenere per sé, ma soprattutto consegnare a Savasta, stando all’impianto accusatorio. Lo stesso pm che il giorno successivo, il 22 maggio, interroga alla presenza di Sfrecola l’indagato Belgiovine, omettendo di “rivolgergli qualsivoglia domanda in ordine al beneficiario delle false fatture – si legge nell’ordinanza – così favorendo Dagostino che era il reale richiedente“.

Infine, Savasta omette di iscrivere nel registro degli indagati gli amministratori delle società utilizzatrici delle fatture false, quindi Luigi Dagostino, la moglie Maria Emanuella Piccolo e la compagna Ilaria Niccolai, e di inviare gli atti per competenza alla procura di Firenze. Come racconta il maggiore della Guardia di Finanza di Barletta, Carmelo Salamone, sentito dal pm di Firenze in data 23 aprile 2018: “Andai da Savasta e gli chiesi se avrebbe iscritto gli stessi trasmettendo gli atti per competenza. Mi rispose prima che intendeva farlo e dopo qualche giorno invece mi disse che non intendeva farlo“. Nessuna iscrizione dunque, né comunicazione alla Procura competente. In cambio, secondo quanto ricostruito dal gip, Savasta ottiene soldi e gli incontri con Lotti e Legnini. Alla fine otterrà anche il trasferimento al Tribunale di Roma.