I risultati provvisori del voto sono giunti nel cuore della notte: Félix Tshisekedi è stato proclamato nuovo presidente della Repubblica Democratica del Congo. Una svolta epocale, dopo quasi vent’anni di regime Kabila. Almeno, così pare. Félix è il figlio dello storico oppositore “duro e puro” Étienne Tshisekedi, morto nel 2017, che si candidò contro Joseph Kabila nelle precedenti elezioni tenutesi nel 2011 e fu dichiarato sconfitto, con pesanti sospetti di brogli. La dichiarazione giunta nella notte è subito stata rigettata dall’altro sfidante, Martin Fayulu, ed è stata contestata sia dalla Conferenza episcopale congolese che dal governo francese.

Anche la genesi di questo voto è stata quanto mai travagliata: il secondo (e ultimo, in base alla costituzione) mandato presidenziale di Kabila era scaduto nel dicembre 2016 e le elezioni erano state più volte promesse e rimandate. Ad un certo punto, il presidente aveva tentato la carta della modifica costituzionale, come i suoi omologhi nei paesi limitrofi, dal Rwanda all’Uganda, dal Congo Brazzaville, fino al Camerun e al Burundi. Ma la sollevazione popolare lo aveva fatto desistere.

Davanti all’inconsistenza delle opposizioni, a guidare la protesta si era posta, ancora una volta, la Cenco, la Conferenza Episcopale congolese, che da sempre – con gli strumenti che le sono propri – reclama il rispetto delle regole democratiche nel paese e che negli ultimi anni è forse rimasta l’unico avversario costante del potere. Nonostante le sanguinose proteste represse con la violenza (con l’esercito che inseguiva i manifestanti disarmati fin dentro le chiese), si temeva che Kabila avrebbe forzato la mano e imposto la sua ricandidatura. Invece, a sorpresa, lo scorso agosto ha annunciato che non si sarebbe ricandidato e ha presentato il suo delfino, Emmanuel Shadary (già ministro dell’Interno, colpito fra l’altro da sanzioni dell’Ue per violazione dei diritti umani). La data delle elezioni era stata alla fine annunciata per il 23 dicembre scorso. Le opposizioni, a lungo latitanti, hanno faticosamente raggiunto un accordo per presentare un candidato comune. Ma è durata poco e alla fine, contro il delfino del presidente uscente, correvano due candidati: Félix Tshisekedi e Martin Fayulu. Quest’ultimo era dato per favorito da tutti i sondaggi (per quanto possano essere affidabili i sondaggi in un paese tanto grande e poco collegato).

Altra questione chiave: la scelta del governo di imporre il voto elettronico, con l’uso della cosiddetta machine à voter, uno schermo touch sul quale selezionare il proprio candidato, ottenendone una scheda stampata con un codice QR. Un sistema di voto usato pochissime volte al mondo, con uno strumento prodotto da una ditta sudcoreana verso il quale tutti avevano messo in guardia: lo stesso governo di Seul si era premurato di avvertire della scarsa attendibilità del mezzo, mentre dall’Argentina (dove queste macchine dovevano essere utilizzate, salvo poi rinunciare prima del voto) gli attivisti avevano avvertito della facilità di manipolazione degli esiti. Tutto, insomma, faceva presumere il forte rischio di problemi e irregolarità. E in tanti erano certi che il delfino di Kabila, Shadary, l’avrebbe “magicamente” spuntata, nonostante nessuno lo volesse.

A ridosso del voto, uno strano incendio nel più grande deposito di materiale elettorale della capitale Kinshasa ha causato la perdita di migliaia di machines à voter e di altro materiale, costringendo al rinvio del voto di una settimana. Alla fine, con due anni di ritardo, i congolesi hanno potuto andare alle urne il 30 dicembre. Tutti, tranne gli abitanti di tre territori della provincia del Nord Kivu, al confine col Rwanda, una delle più popolose e fortemente antikabila: motivo ufficiale, l’epidemia di ebola che non cenna a placarsi. Il governo ha deciso di sospendere le elezioni in queste tre zone, privando del diritto di voto 1.256mila persone, per rinviarlo a marzo. Un non senso, visto che nel frattempo il presidente sarà già insediato.

Nonostante tutte queste macroscopiche irregolarità, si è infine votato. Altri giorni di attesa, gravata dalla sospensione su tutto il paese delle connessioni internet, decisa d’autorità dal governo uscente: anche la proclamazione dei risultati è slittata. Fino a questa notte. In tanti erano certi che Martin Fayulu avesse ottenuto la maggioranza nelle urne. Da qualche giorno, sui social circolavano voci di un fantomatico accordo segreto in via di definizione fra Kabila (resosi ormai conto che non avrebbe potuto proclamare vincitore Shadary, con i pochi voti presi) e il più “malleabile” dei due oppositori, Tshisekedi. “Sono convinto che c’è stato un accordo fra Tshisekedi e Kabila”, sostiene Francois Conradie, del think tank NKC African Economics, che spiega come “l’annuncio è stato una sorpresa perché è arrivato quando tutto indicava che Fayulu fosse il candidato più popolare”. Verità o complottismo? Sta di fatto che stanotte la Commissione Elettorale Nazionale Indipendente ha proclamato i risultati provvisori, attribuendo la vittoria proprio a Tshisekedi, con un 38,6% dei voti, sul 34,8% di Fayulu e il 23,8% di Shadary.

Dal terreno, giungono voci di un misto di sollievo e delusione: tanti avrebbero preferito Fayulu, ma il fatto di non avere più Kabila alla testa del paese fa sembrare meno amari eventuali manomissioni o accordi sottobanco. A tanti pare già un successo. E per le strade di Kinshasa e altre città stamattina molti festeggiavano. Molti, ma non tutti. Di certo non la Chiesa cattolica, forte della presenza nelle urne di quasi 40mila osservatori elettorali da loro formati per vegliare sulla regolarità del voto. Il comunicato diffuso dalla Cenco è inequivocabile: “Constatiamo che i risultati dell’elezione presidenziale pubblicati dalla CENI non corrispondono ai dati raccolti dalla nostra missione d’osservazione a partire dai seggi elettorali e dallo spoglio”.

Si attende ora la presa di posizione della Comunità Internazionale. La Repubblica Democratica del Congo è un paese chiave per tutto il pianeta: nel suo sottosuolo si celano enormi quantità di minerali, fra cui circa il 60% del coltan e del cobalto necessari il primo per i nostri smartphone e il secondo per le batterie delle auto elettriche, settore in piena espansione. Il controllo di queste risorse strategiche ha scatenato negli ultimi vent’anni guerre e “ribellioni” che hanno provocato un altissimo numero di morti: le stime più a ribasso parlano di 8 milioni, alcuni ne calcolano fino a 12. Il conflitto più sanguinoso dopo la Seconda guerra mondiale.

Ecco perché il risultato delle urne e le sue conseguenze avranno un impatto che andrà ben al di là della politica interna del secondo paese più esteso d’Africa. Il corrotto regime di Kabila ha lucrato per vent’anni su queste immense ricchezze. E l’esito più che mai incerto di questo voto non lascia per ora intravedere un futuro diverso.