FakeFAQ”. Così Arci definisce il documento di “domande e risposte” sull’applicazione del nuovo decreto Sicurezza, in Gazzetta Ufficiale dal 4 novembre. Il documento pubblicato il 19 dicembre dal Viminale è la versione semplificata della circolare del giorno prima, firmata dal capo di gabinetto Matteo Piantedosi. Una circolare molto attesa, visti i timori espressi dai Comuni per il cambio di regime che ci sarà con l’entrata in vigore del decreto. “La sostanza dei documenti del Viminale – afferma a ilfattoquotidiano.it Filippo Miraglia, responsabile immigrazione dell’Arci – è che ora accogliamo solo i rifugiati veri e che il decreto ha solo reso più efficiente il sistema. Ma non è vero per niente, è solo propaganda”.

Da ottobre, il tasso di respingimento delle domande d’asilo è balzato all’80 per cento, dal 56 del 2017. Prima causa la “abrogazione-revisione“, a seconda dei punti di vista, della protezione umanitaria. Nelle Faq, il Viminale sostiene che questa forma di protezione “continui ad esistere ma viene ora concessa in presenza di ben definite circostanze, a differenza del passato laddove veniva riconosciuta sulla base della generica previsione di ‘seri motivi di carattere umanitario’ dai contorni indefiniti”. “Non è così – replica Miraglia -, il titolo di soggiorno per materia umanitaria è stato abrogato, punto”.

La versione “tipizzata”, da definizione del Viminale, prevede categorie specifiche: vittime di tratta, di violenza domestica o di grave sfruttamento lavorativo, chi versa in condizioni di salute di eccezionale gravità, rifugiati ambientali, chi compie atti di particolare valore civile e chi in patria rischia violenze e torture. Già solo prendendo il caso delle vittime di tratta, sostiene Miraglia, la situazione è molto diversa rispetto a quella pre decreto. Prima si valutava a partire dalle storie delle persone, ora delle carte giudiziarie: “Le vittime di tratta devono prima sporgere denuncia, cosa che sappiamo accade raramente – dice -. È una burocratizzazione che restringe troppo le maglie per le vittime. Ormai si parte dal presupposto che chi chiede asilo sia colpevole e debba quindi dimostrare al contrario la sua innocenza. Non dovrebbe essere così”.

Ho mandato una circolare ai prefetti per chiedere il rispetto della legge”, dichiarava Salvini a luglio, all’epoca della prima stretta con cui chiedeva parsimonia alle Commissioni territoriali (gli organi preposti a decidere sull’asilo) nel concedere permessi umanitari. Cinque mesi dopo, la teoria della squadra del Viminale è scritta senza equivoci nella circolare di Piantedosi: “La “protezione umanitaria” non si è rivelata pertanto un adeguato strumento di integrazione”. Ne sarebbe la prova il fatto che “su circa 40mila tutele umanitarie riconosciute dalle Commissioni territoriali negli ultimi tre anni poco più di 3.200 sono state le conversioni in permesso di lavoro e circa 250 in ricongiungimenti familiari”. “Sciocchezze – commenta Miraglia -. Sono dati che non possono essere analizzati perché non si capisce nemmeno a che periodo fanno riferimento. Peraltro anche solo guardando al nostro caso, il tasso di persone che dalla tutela umanitaria arriva all’autonomia lavorativa è molto più alto”.

Non solo: per Miraglia il permesso per motivi umanitari negli anni è stato utilizzato anche per mantenere in Italia chi qui aveva già un lavoro ed era già integrato. Oggi, invece, chi resta disoccupato non ha paracadute per cercare di restare legalmente. “Non fa il bene dell’Italia, perché queste persone resteranno, perché certamente non riuscirà ad espellerle il ministro Salvini, e finiranno per essere pagati in nero, in condizioni sempre più di marginalità”. Con buona pace del Ministero, secondo cui “sarà sicuramente più facile l’allontanamento di chi non ha titolo per restare in Italia”. “Un’affermazione che si commenta da sola – dice Miraglia -. Per gli allontanamenti non serve un decreto, ma accordi bilaterali. Sappiamo ormai che gli allontanamenti dall’Italia da anni sono sempre intorno ai 5mila, questo non cambierà”.

La circolare di Piantedosi ha anche ribattezzato il sistema Sprar, da oggi Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e per minori stranieri non accompagnati (SIPROIMI). Sarà destinato a minori stranieri non accompagnati, titolari di permessi speciali e rifugiati. Probabilmente meno persone di quante non ce ne siano adesso nello Sprar. Dove andranno allora i richiedenti asilo? Con l’abbassamento del prezzo d’asta della diaria per i centri d’accoglienza e il Siproimi, restano solo le grandi concentrazioni private di Cas e Cara, sostiene Arci. “Quelle che sono finite coinvolte in caso giudiziari, da Mafia Capitale in avanti”, sostiene Miraglia. Per di più, l’accoglienza dei minori pone un problema: dal 2015 era a carico del Ministero dell’Interno, che pagava le spese per i Comuni che se ne facevano carico. Nell’era Salvini, è tutto da fare con i soldi del vecchio Sprar, che però aveva una diaria per migrante più bassa di quella delle comunità di minori.

“Da come è stata scritto il Decreto sembra che di quella spesa in più se ne faccia d’ora in poi carico lo Stato, con il Ministero dell’Interno pagherà quello che manca. Ma non era davvero quello che intendevano”, sostiene Miraglia. Tanto è vero che in manovra, il 18 dicembre, è spuntato un nuovo emendamento: i Comuni che accolgono minori stranieri non accompagnati potranno chiedere contributi al fondo del Viminale “nei limiti delle spese già sostenute a legislazione vigente dal Comune interessato a carico del proprio bilancio”. In altre parole, si paga quello che si è già stabilito, non di più. Una norma che, dice l’emendamento, “si rende necessaria per evitare che insorgano contenziosi da parte degli Enti locali a seguito di richieste non soddisfatte di maggiori contributi“.

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