“In Libia odiano le persone di colore. Ci trattano come schiavi e animali. Veniamo arrestati senza motivo e, una volta che veniamo incarcerati, o usciamo dopo aver pagato molti soldi o moriamo lentamente”. Quella di questo giovane nigeriano rimpatriato è solo una delle testimonianze raccolte nell’ultimo report sulla situazione umanitaria dei migranti in Libia pubblicato dalla missione delle Nazioni Unite nel Paese nordafricano. Migliaia di racconti di chi è sopravvissuto, di chi è stato rimpatriato, di chi ce l’ha fatta ad attraversare il Mediterraneo e sbarcare in Italia o di chi vive ancora dietro le sbarre di uno di quei centri di detenzione libici che tanto somigliano a dei campi di concentramento.

Stupri, omicidi e torture in diretta telefonica a scopo di estorsione sono la normalità nei centri di detenzione per migranti in Libia. Ma non solo, le violenze nei confronti di queste persone, in prevalenza africane, cominciano dal momento in cui salgono sulle carovane del deserto stracolme di disperati, fino a quando non sbarcano, nel migliore dei casi, sulle coste italiane. Lungo il loro viaggio, ricostruito dagli operatori della Missione di supporto dell’Onu in Libia (Unsmil) e dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (Ohchr), questi uomini, donne e bambini devono fare i conti con la spietatezza dei trafficanti di esseri umani, con la ferocia dei gruppi armati e terroristici che popolano l’Africa sub-sahariana e settentrionale e anche con le forze dell’ordine libiche, compresa la Guardia Costiera, che “dimostrano incapacità o mancanza di volontà di mettere fine alle violenze”, soprattutto nei centri di detenzione.

“La maggior parte di queste persone – si legge nel report che ha raccolto 1.300 testimonianze – vengono imprigionate arbitrariamente, senza mai essere sottoposte a un regolare processo” per immigrazione illegale. Vengono incarcerate in Libia, in centri dove subiscono “trattamenti inumani, al di sotto degli standard internazionali e che, in alcuni casi, diventano luoghi di tortura”. Torture come quelle descritte da una 26enne del Darfur che in Libia ha passato tre anni, di cui due mesi in un centro di detenzione: “Eravamo 700-800 persone in un grande hangar. Sparavano nelle gambe dei migranti che non potevano pagare e li lasciavano morire dissanguati. Mio figlio, che all’epoca aveva cinque anni, è stato colpito in testa con una grande sbarra di ferro per convincerci a pagare velocemente. Ho visto morire molte persone in quel posto a causa delle botte e della fame. C’era un ragazzo somalo ridotto pelle e ossa. Non riusciva nemmeno a stare in piedi e nonostante ciò i trafficanti hanno continuato a picchiarlo. Alla fine è morto. Ancora oggi, quando chiudo gli occhi, la sua faccia mi perseguita”.

La maggior parte delle violenze è a scopo d’estorsione: si torturano le persone davanti agli occhi dei familiari presenti, oppure a telefono con i parenti rimasti in patria con l’unico scopo di velocizzare i pagamenti. “Sono stata venduta a un gruppo criminale a Bani Walid – racconta una giovane mamma di tre bambini della Costa d’Avorio –. Volevano che la mia famiglia trasferisse 1.000 dollari su un conto egiziano. Mi hanno versato della benzina sulle gambe e mi hanno dato fuoco. Ancora oggi non riesco a camminare. Picchiavano tutti, stupravano le donne. Il mio bambino di due anni è stato bruciato con una sigaretta. Ho visto morire molte persone”.

Nei centri di detenzione si muore per le violenze, per le torture, o per qualche guardiano ubriaco o sotto effetto di droghe che si diverte a sparare alle persone senza motivo. Ma si muore anche di fame e per le malattie causate dalle scarsissime condizioni igieniche in cui sono tenuti i migranti, spesso costretti a urinare in bottiglie di plastica in mezzo agli altri compagni di disavventura e defecare negli spazi comuni. Nessuna possibilità di essere trasferiti in un ospedale o di poter vedere un dottore: è così che è morta nel 2017, durante il parto, la moglie di un uomo camerunense. “Mia moglie si stava ammalando sempre di più – ha raccontato l’uomo agli operatori delle Nazioni Unite –. Ho implorato i trafficanti di farmela portare in ospedale o di chiamare un dottore. Mi sono anche messo in ginocchio, ma sono stato picchiato e mi hanno ordinato di stare zitto. Poi mia moglie è entrata in travaglio ed è stata aiutata da un’altra donna camerunense. Non c’era nemmeno l’acqua calda, niente. Abbiamo dovuto tagliare il cordone ombelicale con un coltello sporco. Ma mia moglie ha continuato a sanguinare copiosamente. È morta tra le mie braccia”.

Twitter: @GianniRosini

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