La premier britannica Theresa May per ora si è salvata dalla ribellione interna: ha superato la mozione di sfiducia contro la sua leadership promossa dai Tory ribelli. La fiducia le è stata confermata con voto segreto da 200 deputati su 317: uno in più dei 199 con cui conquistò la guida del partito nel 2016 dopo le dimissioni di David Cameron seguite alla vittoria di Leave nel referendum sulla Brexit del 2016. I dissidenti, guidati dall’ala più oltranzista dei brexiteers, non sono stati in grado di raggiungere la maggioranza assoluta di 159 voti necessaria a scalzarla come leader di partito e di conseguenza come capo del governo. Continuerà dunque a essere lei a trattare sulla Brexit, nonostante Bruxelles si stia ormai preparando a uno scenario di uscita senza accordo.

“Un numero significativo di colleghi ha votato contro di me. Ho ascoltato quello che hanno detto” ma “abbiamo bisogno di continuare a svolgere il lavoro di portare a compimento una Brexit che rispetti il voto” del referendum, ha commentato May dopo il voto. Poi si è detta intenzionata a mandare in porto “una Brexit che funzioni per tutti” e si è impegnata ad “ascoltare” anche la voce di coloro che hanno espresso timori per il backstop sull’Irlanda del Nord. Un punto sul quale ha ribadito di voler chiedere al Consiglio Europeo di domani ulteriori garanzie legali.

Prima del voto sulla mozione, la May aveva promesso di non “dare battaglia” alle prossime elezioni legislative, ovvero di farsi da parte come leader dei Tory prima del 2022. Non ha però preso impegni chiari su cosa farà se gli inglesi dovessero essere chiamati alle urne prima di fine legislatura, precisano i media britannici citando i deputati della Commissione 1922 responsabile dell’organizzazione interna dei conservatori. Secondo alcuni, avrebbe lasciato intendere che in caso di voto anticipato potrebbe continuare a voler mantenere la leadership del partito.

La premier era stata informata ieri delle forche caudine che la attendevano al ritorno dai colloqui supplementari di Bruxelles, Berlino e L’Aia alla ricerca di “rassicurazioni” aggiuntive sul backstop, il meccanismo vincolante di salvaguardia sul confine aperto fra Irlanda e Irlanda del Nord che rende per ora indigeribile l’intesa ai dissidenti della sua maggioranza parlamentare. Ha quindi rinunciato a una successiva tappa a Dublino e si è fermata a Londra decisa ad “affrontare la sfida”, per poter “portare a temine il lavoro”, come chiarito fin dal mattino in un discorso alla nazione poi nel Question Time ai Comuni. I suoi richiami per parare il colpo sono stati all’insegna dell’appello a evitare salti nel buio (cambiare leader ora “sarebbe irresponsabile”, le ha dato una mano il veterano Ken Clarke, deputato Tory eurofilo pronto ormai a riallinearsi alla sua strategia), ma anche di una sorta di ultimatum: se cado io i tempi per trovare un nuova leader imporranno di “rinviare o revocare” l’articolo 50 di notifica della Brexit. E far quindi slittare o saltare l’addio dell’isola all’Ue fissato per il 29 marzo 2019.

In buona sostanza May ha fatto leva sulla (presunta) assenza di alternative: salvo quella fra una proroga pur temporanea del proprio mandato, residua garanzia dell’impegno a rispettare il risultato referendario del 2016, a escludere un referendum bis e a concludere nello stesso tempo un divorzio soft concordato; o una stagione “d’incertezza”, magari con l’arrivo a Downing Street del leader laburista Jeremy Corbyn, contrastato in un botta e risposta rovente al Question Time e additato ancora una volta ai Tories come il grande spauracchio.

L’esito della mozione di sfiducia ha rispettato i pronostici, al contrario di quanto avvenuto nelle ultime tre occasioni nelle quali un leader conservatore ha affrontato un voto decisivo come quello di stasera: Edward Heath (1975), Margaret Thatcher (1990) e Iain Duncan Smith (2003) ricevettero molti più voti contrari di quelli pronosticati alla vigilia. Nel 2003 Smith, messo nell’angolo dallo scandalo che era scoppiato l’anno prima per una storia di soldi pubblici elargiti impropriamente alla moglie, chiamò il partito alla conta convinto di poter superare l’ostacolo. Fece male i suoi calcoli e venne sconfitto per 90 voti a 75 da Michael Howard. L’attuale meccanismo con il quale i deputati Tories possono chiedere un voto di sfiducia nei confronti del leader del partito, inviando almeno 48 lettere al presidente del 1922 Committee, fu introdotto proprio dopo la sua sconfitta. La May è la prima a testarlo.