Le Nazioni Unite temono che l’espulsione di massa dei rifugiati congolesi dall’Angola potrebbe innescare una crisi umanitaria. Sono più di mezzo milione, oltre a quelli che hanno già lasciato il Paese il mese scorso, perché identificati come migranti irregolari dal governo angolano. Il sogno di trovare la salvezza emigrando nella sponda angolana del fiume Congo, protetti dall’Agenzia per i rifugiati dell’Onu, sembra svanito. E la lezione europea sul controllo delle migrazioni trova seguaci anche nell’Africa australe.

L’Angola, ex colonia portoghese, ha un territorio ricco di diamanti, petrolio, oro e rame: un grande potenziale agricolo di terre fertili tuttora incolte, più del 95%, e una Banca nazionale senza pesanti vincoli neo-coloniali. Secondo i dati del Fondo Monetario, ha un Pil pro-capite di 4.342 dollari. A sua volta, la Repubblica del Congo – dilaniata dalla corruzione e dalla guerra civile – è un’ex colonia francese, con un Pil pro-capite di 1.831 dollari, meno della metà dei vicini, nonostante sia altrettanto ricca di petrolio, oro, fosfati e diamanti, ma con un’economia esclusivamente neo-coloniale. Non sono tra i più poveri del continente, poiché il Pil pro-capite di vari stati africani non supera mille dollari all’anno. Ma la divergenza delle loro traiettorie pare evidente, se 40 anni fa il Pil pro-capite congolese superava quello angolano, 1.304 dollari contro 669 dollari.

L’Africa non è povera, ma ricca. Poco rimane all’Africa di questa ricchezza, però. Se i Paesi africani hanno indubbi benefici dagli investimenti stranieri, dovrebbero poter regolamentare questi flussi finanziari tramite leggi che oggi non hanno. Al contrario, alle multinazionali viene permesso di razziare legalmente molto di ciò che ricavano dal continente, attraverso i paradisi fiscali. Secondo un’inchiesta di Al Jazeera, i cosiddetti “flussi finanziari illeciti” superano il 6% del Pil dell’intero continente, tre volte più di quanto l’Africa riceva in aiuti. Senza contare i 30 miliardi di dollari che queste società rimpatriano: tutti profitti fatti in Africa ma prontamente trasferiti a casa madre, gestiti dalle piazze finanziarie europee, americane e, da poco, orientali.

Non solo, circa 29 miliardi di dollari all’anno vengono razziati all’Africa con i disboscamenti, la caccia e la pesca illegali. E il danno che la società e l’economia africana sopportano a causa della lotta ai cambiamenti climatici ammonta a 36 miliardi. Gli africani non possono utilizzare i combustibili fossili per svilupparsi così come ha fatto storicamente l’Europa. La crisi climatica non è stata favorita né innescata dagli africani, ma sono loro a pagarne gli esiti più dei tutti gli altri.

Aiutarli a casa loro? I governi occidentali si atteggiano a generosi benefattori che fanno il possibile per “aiutare chi non sarebbe in grado di aiutare se stesso”. Ipocrisie spesso propagate dai media. Meglio invece se smettessero di perpetuare il danno che stanno facendo, costringendo i governi africani ad aprire la loro economia alla privatizzazione e i loro mercati alla concorrenza sleale. E non trasferire in Africa le pulsioni sovraniste che si stanno imponendo in Europa e in Usa.

Nel 1980, il Pil pro-capite angolano era un ventesimo di quello statunitense. Nel 2017, il gap è sceso: per fare un americano bastano “soltanto” 14 angolani, ma non sono sufficienti 33 congolesi. Non sono argomenti di alto profilo finanziario, ma banale e forse velleitaria economia domestica, per di più soggetta all’eterna lezione di Mark Twain, giacché “se i fatti sono testardi, le statistiche sono malleabili”. E conosciamo tutti i polli di Trilussa.

Le disuguaglianze che tormentano i Paesi guida del mondo, e innescano turbolenze politiche impensabili fino a pochi anni fa, si trasferiscono tal quali nei Paesi africani. Qui si amplificano attraverso antiche ostilità tribali e nuove rivalse che alimenteranno futuri conflitti. E se ogni abitante della Terra consuma quasi 15 chili di pollo all’anno, il Paese che ha inventato il fried chicken lascia poco più delle ossa a chi vive nell’Africa equatoriale. Ma non dimentichiamo i 165mila africani molto ricchi, con un patrimonio complessivo di 860 miliardi di dollari – in media più di 5 milioni a testa – per più della metà custoditi al riparo dei paradisi fiscali.