Partiti in cerca di un lavoro. Gli emigranti esistono anche in Italia. Vanno verso il nord del Paese, verso l’Europa, verso l’America. Lasciano la famiglia come a inizio Novecento, con una ideale “valigia di cartone”. Ecco alcune delle loro storie raccontate a valigiadicartone.ilfatto@gmail.com

Parto dalla considerazione che una società liquida come quella attuale o la cavalchi, come farebbe un surfista con l’onda, o ne sarai sommerso. Certo, da una laurea ti aspetteresti altro ma dopo una vita trascorsa in Toscana di studi, amori e lavori precari sai che il tempo passa e con esso una vita non dico felice, che forse dubito esista, ma vivibile sì. E allora dopo aver studiato e lavorato in un centro sportivo, aver superato concorsi senza vincerli in varie regioni, aver lavorato in comune nella soleggiata Versilia, aver affrontato momenti di salute difficili, ti ritrovi con un lavoro pubblico in ospedale nella media Valtellina.

Il profilo? La mansione? Parafrasando da cristiano si direbbe: rendere le opere di misericordia spirituali e corporali un lavoro, o viceversa in modo più laico: prestare il proprio corpo a chi non lo può più avere come vorrebbe. Tutto per dire che la dignità del lavoro è il punto di partenza nonché il fine che dovrebbe travalicare qualsiasi giudizio superficiale sentito e ascoltato, e per questo giudicato anacronistico e involutivo. E pensare che la possibilità (chissà quanto realmente voluta) di ritornare nella propria terra, l’Abruzzo, con un posto stabile si era materializzato ma solo perché frutto di dedizione e sacrificio.

Le situazioni, i momenti e le persone sono determinanti nelle scelte, si sa. Percorsi difficili e tortuosi affrontati e superati lasciano in dote una ricchezza vitale di spirito per affrontare quella malinconia che sa quando e come graffiare; perché se tutto ha un prezzo, quello dello stare soli, o peggio del sentirsi soli, e del rimorso sono di gran lunga i più impegnativi per chi ha scelto di vivere lontano.

Flavio Marrone