Sul fronte del sostegno alla maternità e paternità arrivano, senza dubbio, alcune buone notizie: sono state inserite nella manovra finanziaria la possibilità per le donne di lavorare fino al nono mese, l’aumento del bonus per l’asilo nido, l’allungamento a cinque giorni del congedo di paternità. La prima è una misura liberale che le donne aspettavano da tempo, perché molte misure teoricamente volte a proteggere donne e bambini finiscono spesso per essere un ostacolo per le madri, limitando la loro libertà. Come, ad esempio, il divieto per le lavoratrici autonome di fatturare in gravidanza, assurdo perché ogni gravidanza è diversa e quindi ogni donna va lasciata libera di fare ciò che si sente di fare, anche lavorare fino al nono mese, se lo desidera, se la gravidanza è normale e non ci sono problemi di salute.

Anche l’aumento del congedo di paternità a cinque giorni è senz’altro cosa positiva, non solo perché finalmente si mette fine al rischio molto concreto che si tornasse ai due giorni precedenti la normativa a tempo che aveva allungato il congedo a quattro, ma si ottiene anche un giorno in più. Non è molto, ma sempre meglio di niente per le neomadri che hanno bisogno di tutto nei primi, cruciali giorni di vita del bambino. Infine il bonus: più volte ho scritto su questo giornale contro la politica dei bonus attuata dai governi precedenti, denaro vincolato a una serie di criteri che spesso finivano per escludere buona parte delle mamme e dei bambini. Al momento non è chiaro a chi verrà erogato il bonus nido, cioè a bambini nati in quali anni. Certamente comunque è meglio un bonus che niente, e dunque anche questa misura va valutata positivamente (ma molto negativo è il fatto che non si sia abbassata l’Iva sui pannolini, prodotto indispensabile con tutta evidenza).

E tuttavia. Proprio alcuni giorni fa è uscito il rapporto Istat 2017 Natalità e fecondità della popolazione residente dove si parla di un calo drammatico di nascite, anche tra i cittadini stranieri che negli anni passati avevano fermato l’emorragia di bambini. Si parla di un calo del 25% persino dei primi figli, il che significa in altre parole che le donne (e gli uomini) non solo rinunciano al secondo o terzo figlio, ma non fanno neanche il primo. Un dato veramente triste, visto che la conseguenza è che decine di migliaia di donne che magari un figlio l’avrebbero desiderato rinunciano del tutto all’esperienza della maternità. Con questo non voglio dire che una vita senza figli non è una vita felice, né asserire che la scelta di non avere figli non possa essere una scelta libera. Purtroppo però i dati, se comparati a quelli di altri paesi, ci dicono che nel nostro paese solo una parte delle donne che non hanno figli lo hanno fatto per scelta. Le altre, invece, per necessità, cioè contro il proprio desiderio.

Davvero pensiamo che un giorno in più di congedo di paternità – pure sacrosanto – possa invertire la tendenza? Oppure qualche centinaia di euro di rimborso di asili che, tra l’altro, costano centinaia di euro al mese non all’anno? O la possibilità di lavorare un mese in più? Con tutta evidenza non saranno queste a riportare le donne a fare figli. Come ho scritto tante volte – e come sostengono sociologi, demografi ed esperti di natalità – solo un piano Marshall per la maternità, con l’introduzione di massicci sussidi per ogni figlio nato, con asili nido gratuiti per tutti e scuole aperte fino a sera, ma soprattutto con un sostegno strutturale al lavoro femminile (perché ad oggi le donne giovani che possono restare al lavoro un mese in più sono una minoranza, essendo la maggioranza composta da casalinghe, disoccupate, lavoratrici autonome e precarie) potrebbe davvero riempire quelle culle così tristemente vuote.

Il paradosso, però, è che un piano Marshall contro la povertà questo governo, in teoria, ce l’ha. E proprio per questo in molti hanno votato il Movimento 5 stelle, perché capace di mettere sul piatto un formidabile strumento contro la povertà come il reddito di cittadinanza. Il problema che si pone però è questo: come si concilia il reddito con le politiche a favore della natalità? Perché se davvero fosse realizzato come nella teoria, le famiglie con scarso reddito avrebbero (forse) soldi anche per provare a mettere al mondo un bambino, visto che le cifre promesse sono alte. Il paradosso è che, ad oggi, non sappiamo né chi riceverà il reddito né quanto sarà l’importo. Non sappiamo neanche se sarà proprio il reddito a essere immolato nel duro patteggiamento che ci toccherà con l’Europa. Qualche previsione si può fare: probabilmente le cifre del reddito di cittadinanza si abbasseranno notevolmente, trasformando il cavallo di battaglia del Movimento 5 stelle in un potenziamento del Rei, il reddito di inclusione destinato a contrastare la povertà assoluta. Il che significa, in altre parole, che le famiglie molto povere riceveranno un po’ di più, il che certamente è un bene.

Ma il problema principale resta. Perché per far sì che gli italiani tornino a fare figli bisogna aiutare non solo e non tanto i poveri assoluti, ma quelle fasce di popolazione non povere in assoluto ma povere comunque. Coppie che magari lavorano, ma non guadagnano abbastanza, i cosiddetti working poor. Giovani con lavori intermittenti, senza tutele né garanzie, che vanno avanti ancora grazie a un po’ di welfare familiare residuo. Una middle class impoverita che però rappresenta la massa della popolazione italiana. Se il reddito, com’è probabile, non li raggiungerà, perché possano far figli occorrerebbero allora misure strutturali a favore della natalità, sussidi consistenti, ripeto, ammortizzatori sociali, servizi, scuole gratuite. Cose che costano molti soldi. Salvini e la Lega sbandierano a più riprese il tema della denatalità e della famiglia come tema centrale dei loro programmi, e non a caso hanno proposto un ideologo della famiglia come presidente dell’Istat. Ma di welfare sostanzioso per le famiglie non c’è traccia nelle loro dichiarazioni. E non saranno certo misure come bonus e congedi a invertire la rotta. Per fortuna, viene da dire, ci sono loro, gli immigrati. Denigrati e sotto attacco da parte di un ceto politico che nella sua ignoranza non sa neanche che dalla débacle demografica solo loro ormai, nonostante anch’essi presentino segni di sofferenza in questo senso, ci possono salvare. Proprio quelle famiglie a cui il governo – con incomprensibile odio razziale, che altra spiegazione non c’è – ha deciso di sottrarre quei piccoli sconti su medicine, alimenti e servizi garantiti dalla carta famiglia.

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