Metti un abito rosso capace di uccidere e una famiglia disfunzionale raccolta a Capodanno e pronta a sbroccare. Condisci con un’acutissima critica sociale e servi in tavola con un pizzico di ferocissimo humor inglese. Il risultato sono i “nuovi mostri” del Made in UK offerti su un piatto dorato dal 36° Torino Film Festival.

Essi si esprimo in due titoli che, a questo giro della kermesse diretta dall’anglofila Emanuela Martini, sono fulgidi esemplari della buona salute di cui gode certo cinema oltre Manica ancorché nutrito da uno sguardo folle sul reale, dunque anni luce dagli universi di Ken Loach. Se da una parte il talento “corale” di Ben Wheatley (classe 1972, autore di piccoli cult come Sightseers, il ballardiano High Rise e il tarantiniano Free Fire che chiuse Torino lo scorso anno) si cimenta sulle idiosincrasie della famiglia allargata con Happy New Year, Colin Burstead, quello squisitamente horror e visionario di Peter Strickland (The Duke of Burgundy, il controverso  Berberian Sound Studio e l’esordio folgorante Katalin Varga) con In Fabric si serve di un abito-killer come pretesto per condannare il capitalismo selvaggio, capace di “cosificare” coscienze e relazioni. Due film molto diversi ma che “si parlano” fra loro e non solo perché entrambi inglesi; da essi, infatti, emerge tutto il disagio delle relazioni contemporanee d’Occidente, per costruire le quali ci si affida alla forzatura del Capodanno in antichi manieri affittati da nobilastri ormai ridotti a vivere nei prefabbricati o – ancor peggio – ad agenzie di blind date come nel caso della malcapitata protagonista della prima parte di In Fabric.

La commedia corale nerissima e chiacchieratissima di Wheatley nella sezione Festa mobile e l’horror-thriller (con alcune tinte splatter) di Strickland in After Hours rappresentano due modalità spiazzanti di rappresentazioni della mostruosità umana, nelle sue nevrosi se non psicosi non del tutto esenti dall’ambiente circostante. Alla base, infatti, c’è un’accusa alla società capitalistica estremizzata, con l’umana sorte ridotta a vittime di vestiti in grado di uccidere ma ai quali non si rinuncerebbe mai ma anche con datori di lavoro ossessivi e paranoici su dettagli invisibili quanto inutili. E dunque i manichini delle novelle streghe di Macbeth di In Fabric non differiscono molto dai membri famigliari del povero Colin Burstead che sembrano burattini in balia di se stessi, personaggi in cerca di quell’autore che ha deciso di osservarli e deriderli senza pietà. Ma non solo: entrambi i film godono di una squisita forma dentro ai generi classici (family drama/commedia nera e horror) avvalorato da cifre personali, di riconoscibilità nel panorama contemporaneo. Alle spalle di Wheatley come di Strickland vibrano il teatro dell’assurdo, la cultura della disobbedienza agli slogan, mentre esplodono i paradigmi costituiti e le metafore prendono il largo in sottili risate di vero godimento. La speranza è che questi film trovino spazio anche nelle sale italiane: sarebbe sano e utile.

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