Il Governo statunitense ha avviato una sorta di campagna internazionale per convincere gli operatori delle telecomunicazioni dei paesi alleati a non impiegare tecnologie e apparecchiature di Huawei e ZTE. Come riporta oggi il Wall Street Journal i funzionari avrebbero incontrato anche uno dei principali operatori italiani per sottolineare gli eventuali rischi, ma quest’ultimo avrebbe risposto che sebbene il tema fosse noto l’impegno con Huawei sarebbe proseguito. Da ricordare che il colosso cinese è un partner di riferimento di TIM, Vodafone, Wind Tre e altre società TLC. Inoltre è direttamente coinvolto nella sperimentazione 5G a Bari e Matera.

Il tema di fondo è che la Casa Bianca ha timore che le infrastrutture realizzate con impianti cinesi possano esporre i paesi alleati e le basi statunitensi all’estero ad azioni di spionaggio mirato e altre criticità. Il Dipartimento della Difesa statunitense impiega una sua rete satellitare e di telecomunicazioni per le informazioni sensibili, ma la maggior parte del traffico estero passa attraverso network commerciali. L’amministrazione Trump, sempre secondo le fonti, sarebbe pronta anche a sovvenzionare i progetti di sviluppo delle reti dei paesi alleati a patto che vi sia un occhio di riguardo nei confronti dei fornitori. Il riferimento non può che essere quindi anche alla 5G, che in prospettiva sarà in grado anche di gestire milioni di dispositivi “Internet of things”.

“Ci stiamo impegnando con i paesi di tutto il mondo per sensibilizzare sulle nostre preoccupazioni relative alle minacce informatiche nelle infrastrutture di telecomunicazioni“, ha dichiarato un funzionario degli Stati Uniti al WSJ. “Mentre stanno transitando verso la 5G, ricordiamo loro questi problemi. Ci sono altre complessità nelle reti 5G che le rendono più vulnerabili agli attacchi informatici”. Uno degli elementi più preoccupanti ad esempio è il tema della virtualizzazione del processing che rimanda al cuore del sistema la gestione di ogni attività.

Il rischio per una realtà come Huawei è che la Casa Bianca punta a dissuadere dall’impiego dei suoi prodotti non solo in ambito governativo ma anche commerciale. E la Borsa cinese ieri ha già reagito affossando il titolo (-10%). Gli operatori per ora non hanno mostrato segni di cedimento, anche perché come ha rivelato un addetto ai lavori, l’azienda cinese offre un ampio ventaglio di componenti di qualità a prezzo estremamente concorrenziale. Non a caso oggi è leader nel settore sia nelle reti che nel comparto torri radio, con una quota globale del 22% (Fonte: IHS Markit Ltd), contro il 13% di Nokia, l’11% di Ericsson e il 10% di ZTE.

Negli Stati Uniti, Huawei è praticamente fuori dal mercato reti dal 2012, ovvero da quando un rapporto del congresso ha sollevato i rischi per l’impiego di apparecchiature cinesi. L’azienda si è sempre difesa sostenendo di essere totalmente indipendente da ogni governo e di non aver mai impiegato attrezzature per spiare o sabotare altri paesi. Insomma, ha assicurato di rispondere a standard di sicurezza analoghi a quelli dei concorrenti Nokia ed Ericsson, con cui di fatto condivide gli stessi fornitori. Lo stesso trattamento discriminante è stato riservato recentemente a ZTE. E il meccanismo di “moral suasion” è stato semplice: è bastato ridurre i sovvenzionamenti agli operatori nel caso di impiego di apparecchiature cinesi. Di ben altra portata poi la mossa definitiva che ha portato a una sanzione di 1 miliardo di dollari per violazione dell’embargo con l’Iran.

Non si è fatta attendere la replica di Huawei, che tramite il suo portavoce si è detta “sorpresa dai comportamenti del governo Usa descritti dal Wall Street Journal – si legge in una nota – se il comportamento di un governo si estende oltre la sua giurisdizione, tale attività non dovrebbe essere incoraggiata. Prodotti e soluzioni Huawei sono ampiamente usati in oltre 170 Paesi in tutto il mondo, servono 46 dei primi 50 operatori mondiali, aziende di Fortune 500 e centinaia di milioni di consumatori. Ci scelgono perché si fidano pienamente”.

Huawei ha ripetutamente negato di impegnarsi in attività di intelligence per qualsiasi governo. L’azienda con sede a Shenzhen è una delle numerose società tecnologiche cinesi finite nel mirino di Washington nella guerra commerciale dei dazi che si sta intensificando tra i due Paesi.

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