Poso il calice del biodinamico Batiĉ e mi alzo diretto al guardaroba alla ricerca di fazzoletti – sì, è novembre e sembra piovere da sempre anche se quella mattina l’Isonzo scorreva tra il celeste e il carta da zucchero – e quando torno, scopro (sorpresa!) che lo hanno fatto di nuovo: il mio tovagliolo, buttato a casaccio sul tavolo pochi minuti prima, si è trasformato in un’opera d’arte pronta ad accogliere il mio rientro lungo il percorso sensoriale scelto da Ana Roš e che avevo interrotto. Perché Hiša Franko è, tra le altre cose, anche questo: cura maniacale dei dettagli.

Il ristorante della miglior chef donna della 50 Best Restaurants 2017 è immerso nel verde delle foreste secolari slovene (che in realtà, in autunno, sono anche cremisi, carminio, giallo pastello e oro), dove la valle del Soĉa (Isonzo) si innesta in quella del Natisone. Una zona piena di storia – tragica, triste storia – dove è ancora possibile trovare casematte, ossari, fortezze e trincee. A un passo, il curatissimo museo di Kobarid (Caporetto), dove si consumò una delle battaglie più sanguinose della Prima guerra mondiale. Qualche chilometro più a Nord, infine, il mitico passo Vršič, che collega Trenta a Kranjska Gora passando, coi suoi 50 tornanti costruiti dai prigionieri russi nel ’17 per permettere alle truppe austro-ungariche e tedesche di rinforzare il fronte, nel bel mezzo della catena montuosa più importante della Slovenia e accanto al monte Triglav, che coi suoi 2864 metri è il più alto del Paese.