Carissimo Alan Turing, mi sono imbattuto in una delle tue frasi più celebri. Una di quelle che lo snobismo intellettualistico occidentale bolla come “pericolose” o “spaventose” (nel senso che farebbero spaventare coloro che la ascoltano). Sei stato il precursore e l’inventore delle macchine pensanti e dunque, non avresti potuto affermare altro, se non che “alla fine del secolo l’uso delle parole e l’opinione delle persone di cultura saranno cambiate a tal punto che si potrà parlare di macchine pensanti senza aspettarsi di essere contraddetti”. Per i più si tratterebbe della fine dell’umanità come la conosciamo. La fine dell’inventiva e dello spirito umano. La fine della libertà e la nascita di un cyborg post-umano, tutto tecnica e niente spirito. E se a farne le spese fossero anche i giudici o gli avvocati, sostituiti da robot giuridici? E se dunque questi nuovi giuristi cibernetici interpretassero le prove e il diritto senza gli errori cognitivi che contraddistinguono il pensiero tipicamente umano, siamo così certi che quel pensiero “umano, troppo umano”, che gli scandalizzati dell’intelligenza artificiale difendono a spada tratta, verrebbe ancora giudicato come nefasto e luciferino?

Bene, carissimo Alan, oggi ho l’ho tentata: ho proposto, per la prima volta in Italia, a due giudici diversi, in due processi diversi, di valutare le accuse con il supporto di una stringa logica costruita sul modello di un algoritmo giuridico. A ogni questione sui fatti contestati corrisponde una risposta a schema chiuso e basata sulle regole di diritto. Volutamente, non ho chiamato un tecnico che traducesse questa stringa logica in un programma per computer e questo per dimostrare che il ragionamento giuridico, non influenzato dal soggettivismo, è o dovrebbe essere, un algoritmo, una tecnica, una stringa logica a cui il giudice deve sottostare, come farebbe la macchina. Per te, Alan, immagino che tutto questo non comporti stupore o scandalo. Anche perché il nostro mondo occidentale, dai tempi di Platone, costruisce tecniche, cioè metafisiche, a cui riferirsi. E queste metafisiche, o tecniche, come vengono chiamate dall’era moderna in poi, riguardano tutto il vivere comune: il bene, la fede, la scienza, il buon governo, l’etica e il diritto stesso.

Questi statuti metafisici altro non sono se non dei sistemi e delle tecniche “extra-umani” di riferimento, a cui rivolgersi per vivere “nel giusto”. Ebbene, l’intelligenza artificiale, espressa in algoritmi, è semplicemente una nuova tecnica, un nuovo strumento o una nuova metafisica (chiamala come vuoi) a cui l’uomo demanda le regole del giusto, sperando che siano eterne e salvifiche, con cui confrontare e giudicare il vivere comune, che è tipicamente imperfetto. Tutto questo non è l’antitesi dell’umanesimo, ma una diversa forma di umanesimo, al passo coi tempi. Ieri si scriveva sul papiro per dire cosa si deve fare e cosa non si deve fare; oggi si scrive sul computer, con il linguaggio delle macchine. La macchina non pensa e non penserà al posto dell’uomo, esattamente come il codice non ha mai pensato al posto dell’uomo. Ma la macchina, a supporto del pensiero dell’uomo, può aiutarlo a depurare il fare dalle euristiche e dai bias cognitivi e dunque da tutti quegli errori di comprensione che ne inficiano la logicità del ragionamento.

Pensa, caro Alan, che negli Stati Uniti dove l’algoritmo è ampiamente utilizzato in ambito giudiziario, come supporto ai giudici e agli avvocati, hanno scoperto, che quando viene utilizzata questa “terrificante” intelligenza artificiale, le libertà su cauzione sono state maggiori e più garantite rispetto a quando a decidere è il giudice da solo. Non ti dico che scandalo crea tutto questo nel giurista classico. Forse perché l’uomo, anche in toga, è ancora geloso del suo “vagabondare” cognitivo esattamente come un tempo era geloso del dogma che fossero il Sole e i pianeti a girare intorno alla Terra?