Appare sempre più evidente la contraddizione politica in cui si trovano il governo e la sua contorta maggioranza. L’asse M5S e Lega, al di là delle ostentazioni, è sempre più vicino ad una possibile rottura, che finora non è avvenuta forse più per responsabilità dei media che hanno spinto, con i loro attacchi furibondi, verso un consolidamento dell’alleanza. Ora che giungono al pettine importanti nodi, ovvero il decreto sicurezza punto di forza di Salvini e le decisioni intorno ai progetti infrastrutturali Tap e Tav, contro i quali è cresciuta la “cultura alternativa” dei M5S, le cose si fanno sempre più difficili.

I due soci al governo cercano di eludere questa contraddizione scommettendo sugli altri provvedimenti che invece creano consenso e cementano il blocco ovvero reddito di cittadinanza, pensioni quota 100 e condono (o simil condono). Ma potrebbe non bastare se l’andamento della produzione industriale, della borsa e del rendimento dei titoli di Stato si mantiene sui livelli attuali.

È la scommessa a breve termine su cui puntano i falchi del Pd, ovvero Renzi & C., che vorrebbero una crisi di governo immediata per avere un ottimo motivo per far passare il congresso Pd definitivamente in cavalleria. Per riaprire i giochi dentro il partito, attualmente proteso, nonostante tentennamenti e inadeguatezze, verso un diverso assetto politico.

In questo quadro si colloca anche la furiosa guerra ad una più che probabile elezione di Maurizio Landini a segretario generale della Cgil. Una guerra che la destra democratica sta conducendo insieme ad alcune categorie sindacali, in primis i pensionati. L’operazione è finalizzata a cementare il blocco filorenziano che non può permettersi di perdere influenza nel maggior sindacato italiano, anche se dovesse costare la possibilità di ripresa di tutta la sinistra nel Paese.

Poco importa se una crisi di governo immediata non porterà certamente alle elezioni e magari consentirà alla maggioranza di sistemare con un rimpasto alcune delle questioni più controverse. Una situazione del genere potrebbe paradossalmente far comodo a Di Maio e Salvini: mancano ancora sette mesi alle elezioni europee e c’è teoricamente il tempo di riorganizzarsi per rafforzarsi.

Questi sono a parer mio i motivi veri per i quali non si decide la data di svolgimento del congresso del Pd e non si riesce ad uscire dal tunnel, dopo un anno e mezzo dalla storica sconfitta. Angela Merkel che è un vero leader, dopo alcune gravi sconfitte e consapevole di essere ormai giunta al termine della sua lunga parabola politica, ha annunciato il suo ritiro; così fece anche Martin Schulz per l’Spd, dopo la sconfitta al referendum interno sulla partecipazione alla “Grosse koalizion”.

Purtroppo questa non è l’Italia, è la Germania patria dell’idealismo kantiano ed hegeliano, del razionalismo weberiano nonché di quel signore con la barba, filosofo di Treviri che bisognerebbe tornare a studiare.

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