Sotto l’aspetto finanziario Roma e Atene appaiono sempre più vicine. E non è un bell’affare per nessuno. L’Italia vede i rendimenti dei suoi Btp decennali avvicinarsi pericolosamente a quelli degli equivalenti bond greci. Poco più di 60 punti di differenza: si tratta del livello più basso dal 2009, l’anno in cui esplose il “bubbone” ellenico, con l’ammissione di trucchi contabili per abbellire il bilancio statale. D’altro canto le banche greche, alle prese con complesse operazioni di smaltimento dei loro crediti malati, sono quelle che più stanno accusando i contraccolpi delle turbolenze che originano dall’Italia. Per gli istituti di credito ellenici gli ultimi mesi sono stati un bagno di sangue e gli analisti parlano di un “virus italiano” che sta fiaccando le banche locali. Dallo scorso marzo Piraeus Bank ha perso il 70 per cento del suo valore di borsa, Eurobank circa il 40, National Bank of Greece il 50 per cento, Alpha Bank il 30. Il sottoindice della Borsa di Atene che raggruppa i titoli bancari è sui minimi da due anni e mezzo. Come si spiega questo tracollo e cosa c’entra l’Italia?

Le banche greche stanno affrontando una questione cruciale per la loro sopravvivenza. I primi quattro istituti del Paese sono gravati da 90 miliardi di crediti malati, in sostanza prestiti che non verranno più recuperati o lo saranno solo in misura ridotta. E’ uno dei lasciti della durissima recessione che ha prostrato famiglie ed aziende. Più nello specifico oltre la metà dei crediti concessi da Piraeus Bank ed Alpha Bank sono oggi crediti deteriorati. National Bank of Greece ed Eurobank stanno appena meglio con un rapporto tra crediti malati e totale dei prestiti intorno al 40 per cento. A titolo di paragone le banche italiane con i valori più compromessi arrivano al 20 per cento. Allo stato attuale quelle greche sono banche che in gergo si chiamano zombie bank. Significa che, se questi prestiti fossero conteggiati a bilancio con valori realistici, il valore dei passivi supererebbe quello degli attivi. Gli istituti di credito restano quindi operativi solo grazie ad una “illusione contabile” che perpetuano mantenendo artificialmente in vita debitori a cui hanno prestato soldi che non rivedranno. Così facendo possono rimandare il momento della resa dei conti: nel momento in cui il debitore dichiarasse bancarotta sarebbero infatti costretti a mettere a bilancio l’intero ammontare della perdita. Banche in queste condizioni non sono però in grado di erogare nuovi finanziamenti a sostegno di imprese e famiglie sane, diventano quindi un fattore di freno e non di sviluppo dell’economia.

In queste situazioni le cose da fare sono due: rafforzare il capitale delle banche per renderlo capace di assorbire le perdite e liberarsi dei crediti in sofferenza cercando di recuperare il più possibile, operazione resa più facile se c’è una qualche forma di sostegno pubblico. In Grecia l’operazione è particolarmente complessa poiché a causa della composizione dei bilanci delle banche locali, per ogni euro di Npl il capitale viene eroso per quasi 40 centesimi. Disfarsi di questi titoli significherebbe insomma azzerare completamente il capitale delle banche. Atene sta valutando la possibilità di creare una bad bank pubblica come fatto in Spagna, oppure di varare un piano simile quello attuato in Italia con l’introduzione delle cosiddette Gacs (Garanzia cartolarizzazione sofferenza). E’ una garanzia pubblica fornita dallo Stato nelle operazioni di vendita di questi crediti effettuata tramite cartolarizzazioni. I crediti vengono acquistati da una società costituita ad hoc che si finanzia emettendo obbligazioni sul mercato con diversi gradi di rischio. Lo Stato garantisce i bond teoricamente meno a rischio. In questo modo, naturalmente, parte del rischio si sposta dalle banche private allo Stato. Al contempo le banche elleniche stanno cercando di rafforzare il loro capitale pianificando l’emissione di bond subordinati che rientrano parzialmente nei calcoli per quantificare il capitale. Sono insomma all’inizio di un guado di acque insidiose, basta poco perché tutto naufraghi.

Da quando Fed e Bce hanno iniziato a drenare liquidità dai mercati, le condizioni per reperire capitali sui mercati si sono fatte più impegnative per tutti e i Paesi più deboli sono i primi a risentirne. Ulteriori tensioni sui mercati come quelle causate dall’Italia peggiorano la situazione. Nei primi giorni di ottobre, mentre le banche crollavano in Borsa, stampa e analisti greci parlavano apertamente di un “virus italiano” che sta infettando il Paese. Il governatore della banca centrale greca Yannis Stournaras ha individuato come causa delle turbolenze del mercato interno “il rialzo dei tassi nei Paesi più vicini a noi”.

L’evoluzione delle condizioni finanziarie ha per di più suggerito alla Grecia di accantonare per il momento l’emissione di nuovi bond sui mercati internazionali, poiché faticherebbero a trovare acquirenti a condizioni accettabili per Atene. Il governo starebbe quindi cercando il supporto delle banche nazionali. C’è però un ulteriore problema. La Bce ha posto limiti severi all’acquisto di titoli di Stato greci da parte delle banche elleniche allo scopo di limitare quel rapporto incestuoso istituti di credito-finanze statali che può essere estremamente pericoloso in fasi di crisi. Facendo leva sulla recente uscita dal piano di salvataggio, la Grecia chiede però ora alla banca centrale europea di allentare questi vincoli. Il deteriorarsi delle condizioni generali di mercato, anche in questo caso, non aiuta.

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