Avverto il lettore che questo post nuoce gravemente alla salute (mentale: a quella fisica spero di no). È violento, reazionario, anti-democratico: soprattutto anti-democratico. Se il Fatto non lo appallottola e, nella sua infinita bontà, lo pubblica, questo non vi costringe a leggerlo.

Ieri le massime istituzioni della Repubblica hanno consumato due attacchi ad altrettanti nostri diritti fondamentali: la vita e la dignità umana. Alla vita ci ha pensato il Senato, approvando in un battibaleno, a larga maggioranza e con la parziale connivenza del Pd, la riforma leghista della legittima difesa. Qualcuno dirà: ma la legittima difesa non serve appunto a difendere la propria vita, quando si è aggrediti? Risposta: sì, nella legittima difesa classica, quella dell’art. 52 del Codice Rocco del 1930. Lì la difesa, per essere legittima, dev’essere proporzionata all’offesa. Nella riforma non più. Se, per fare solo un esempio, sentite dei rumori nel buio e, senza pensarci su, sparate a un vostro parente che è entrato in casa dalla finestra perché aveva dimenticato le chiavi, la vostra “difesa”, d’ora in poi, sarà legittima uguale. Salvini (“la difesa è sempre legittima”) potrà finalmente spendere, qui, una delle tante citazioni mussoliniane della sua collezione: “Armiamoci e sparate”. Io, invece, gli risponderò con una frase molto più anti-democratica: arridatece er fascismo, che almeno le leggi sulla legittima difesa le sapeva fare.

Il secondo attacco a uno dei nostri diritti fondamentali, invece, l’ha portato un’insospettabile, la Corte costituzionale: proprio l’istituzione che i diritti dovrebbe difenderli. Naturalmente mi riferisco all’anomala decisione, criticata anche da ex giudici costituzionali, con cui la Corte ha omesso di decidere sul suicidio assistito di dj Fabo, dando un anno di tempo al Parlamento per regolare con un’apposita legge la questione del fine-vita. Qui, bisogna ammettere, la Corte aveva un’ottima ragione per procedere così. Se avesse fatto come tutte le altre volte e avesse dichiarato la questione inammissibile, limitandosi a rivolgere al Parlamento un monito a provvedere, l’imputato di aver aiutato dj Fabo a morire, Marco Cappato, si sarebbe beccato da cinque a dodici anni di reclusione. Ma, proprio per questo, perché non annullare direttamente la legge – l’art. 580 del codice penale (fascista pure lui, ma nessuno è perfetto) – nella parte in cui vieta, di fatto, anche il suicidio assistito? Perché rinviare la questione al legislatore, ben sapendo – ogni giurista lo sa – che il Parlamento è l’ultimo posto al mondo dove si dovrebbero fare le leggi? Perché rimettere la tutela della dignità del suicida a un bivacco di manipoli – avrò diritto anch’io alla mia bella citazione mussoliniana? – che in settant’anni non è mai, dico mai, riuscito a risolvere di propria iniziativa questioni come il divorzio, l’aborto e, appunto, il fine-vita?

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