Evidentemente la coazione a ripetere non affligge solo i percorsi individuali, ma altrettanto spesso le dinamiche di gruppo di rappresentanti del potere: nella fattispecie italiana quello politico-mediatico, saldato inestricabilmente e concentrato negli ultimi quattro mesi a picconare il governo giallo-verde, con ovvia predilezione per i 5 Stelle e cioè i componenti più ingenui e/o sprovveduti, e soprattutto non compromessi con il passato.

Il metodo della “grande”, media e piccola e informazione unificata e delle odierne sedicenti opposizioni è sempre quello consolidato di spacciare con enfasi per vere cose totalmente o parzialmente false e di nascondere o non dare conto dei fatti e dei tempi che li hanno determinati. Così è avvenuto con l’enfatizzazione parossistica della “manina” per mettere in ridicolo Luigi Di Maio reo di voler sventare il pericolo concreto e attuale di un megacondono che contravveniva platealmente gli accordi a non introdurre scudi fiscali né condoni penali e che viceversa includeva persino un condono tombale per riciclaggio e autoriciclaggio.

La narrazione pressoché univoca che ha accomunato le testate virtualmente più lontane, gli oppositori di “sinistra-sinistra” e la performance leopoldina dell’ex rottamatore neoconduttore di se stesso è oscillata tra “il gioco delle parti” concordato tra il “gatto e la volpe”, “la sceneggiata del finto tonto” e, nella migliore delle ipotesi, “i dilettanti allo sbaraglio” anche poco svegli che non capiscono quello che leggono.

Naturalmente la mega operazione di discredito e dileggio a prescindere di “Giggino” – soprattutto alla vigilia dell’appuntamento quanto mai impegnativo al Circo Massimo per il M5s di governo – doveva occultare un fatto rilevante sottostante alla eclatante denuncia del vicepresidente del Consiglio: la bocciatura da parte dell’ufficio tecnico del Quirinale di una bozza dove l’articolo 9 nella sua formulazione tecnico-giuridica era stato stravolto e capovolto rispetto all’accordo politico raggiunto poco prima, senza essere stato formalizzato, durante la lunga discussione nel Consiglio dei ministri.

Ed è grazie a questo stop provvidenziale che il vicepresidente Di Maio – in buona fede fino a prova contraria e colpevole tutt’al più di non essere stato in grado di verificare immediatamente il contenuto di un articolo all’interno di un provvedimento corposo come il Documento di programmazione economica, atteso a Bruxelles in tempi brevissimi – ha potuto scongiurare un maxi regalo agli evasori. Una norma di depenalizzazione che in applicazione del principio del favor rei una volta pubblicata sulla gazzetta ufficiale avrebbe dispiegato la sua efficacia retroattiva in quanto “legge più favorevole”.

Naturalmente la vulgata mediatica della “manina” per irridere nel migliore dei casi  l’ingenuità politica – ma più spesso per insinuare la doppiezza machiavellica di quelli che Berlusconi voleva assumere per “pulire i cessi” – non è che l’ultimo esempio della descrizione caricaturale o tout court infamante che viene data delle iniziative legislative o dei progetti di riforma targati M5s.

Non importa che per l’abolizione dell’ordine dei giornalisti il M5s avesse raccolto le firme fin dal secondo V-Day (25 aprile del 2008): se lo ripropone dieci anni dopo quando è al governo si tratta di una odiosa “riforma ritorsiva” contro la “libera informazione” i cui rappresentanti più agguerriti che si concentrerebbero tra La Repubblica e Il Foglio non disdegnano, senza la minima vergogna, di rappresentarsi quali Khashoggi nostrani.

L’altra”riforma ritorsiva” (per reazione all’elezione di Ermini alla vicepresidenza) che inquieta parimenti Martina e leopoldini, pronti a combattere con i comitati civici “il governo di cialtroni” e “i giacobini che finiranno al patibolo”, è quella annunciata dal ministro Bonafede: un nuovo sistema elettorale per il  Csm, auspicato fino a ieri da tutti e già contemplato nel contratto di governo.

Se l’informazione “libera” e “le opposizioni” (ho tralasciato l’allarme democratico di B.) continuano così nemmeno il combinato disposto di “manone”, spread e procedure di infrazione potranno scalfire il consenso, in buona parte per demenziali demeriti e insopportabile arroganza altrui, che gli italiani continuano inevitabilmente ad accordare a questo improbabile governo.

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