“Sono un napoletano ebreo cresciuto tra rock, global beat e tradizione”. Così si presenta Raiz, che ritorna insieme ai Radicanto con Neshama (Area Live / Puglia Sound). Un album che richiama i fedeli alla pace, una pace possibile per ora solo in musica. Un viaggio intimo e mistico in noi stessi, che lega il nord e il sud del mediterraneo, fondendo la melodia e la lingua napoletana ai testi paraliturgici della tradizione degli ebrei di origine spagnola. Un album anticipato dal singolo, Jerusalem, cover dell’artista reggae ivoriano Alpha Blondy, che vede la partecipazione al violino di Mauro Pagani. L’intensa Astrigneme è l’unica canzone originale del disco, arricchita dal testo dei Cantico dei Cantici e dal piano di Rita Marcotulli. Suggestiva anche la versione ebraica di Era de maggio. Il suono avvolgente dei Radicando e gli arrangiamenti di Giuseppe De Trizio, fanno di Neshama un disco fuori tempo da ascoltare e riascoltare.

Come definiresti questa musica?
“Neshama” è la traduzione in ebraico di “soul”, mi piace pensare che sia la nostra soul music. Il corrispettivo mediterraneo dello spiritual afroamericano, che si basa in gran parte sui Salmi.

Non deve essere stato facile imparare l’ebraico e cantarlo.
Avendo una moglie italo-israeliana e passando molto tempo a Tel Aviv ho imparato. Non ci ho messo moltissimo, ho dalla mia parte generazioni di marinai napoletani poliglotti… (sorride)

È possibile una pace tra israeliani e palestinesi?
Sono da sempre fautore della formula “due popoli due stati”, ma dopo il fallimento degli accordi di Oslo e l’assassinio di Rabin sembra sia diventata un’utopia. Le rispettive leadership non fanno altro che allontanare ancora di più la realizzazione dell’unica pace giusta possibile.

Con gli Almamegretta ci hai abituato al multiculturalismo, ma questa volta hai scelto di cantare un’identità specifica.
Giusta osservazione. Questo disco appare come un disco identitario, ma il tributo all’identità degli ebrei sefarditi è un tributo ad un’identità che ha una forte inclinazione al cosmopolitismo. Ebraico, arabo, ladino sono le sue lingue ufficiali e una religiosità fortemente “meridionale”, scaramantica e visionaria. Un esempio di coesistenza e tolleranza. Se tutte le identità sapessero essere “aperte” come lo è stata da millenni quella sefardita, il mondo oggi sarebbe un posto migliore.

Siete stati tra i primi a trattare il tema dell’immigrazione in musica, cosa pensi della vicenda di Mimmo Lucano?
È un uomo molto coraggioso. Spesso per realizzare obbiettivi “alti” bisogna aggirare le difficoltà. Provare a costruire un modello d’integrazione in una regione difficile come la Locride è la sua vera colpa. E mi fa ridere il plauso tributato ad Aznavour da parte di certe istituzioni italiane che vogliono sigillare i confini. Se ai genitori di Charles fosse stato impedito l’arrivo dall’Armenia, non credo che avremmo potuto godere del suo grande talento.

In un liceo di Foggia hanno annullato un incontro sulle leggi razziali, con lo scrittore ebreo Roberto Matatia, perché alcuni docenti avrebbero detto che a scuola “non si fa politica”.
Il fatto che essere ebreo risulti una cosa “politica” stigmatizza il tempo che stiamo vivendo. Cosa c’è di diverso dagli anni 30, quando tutti gli ebrei erano a seconda dell’antisemitismo praticato (destra o sinistra), capitalisti e banchieri oppure comunisti e sovversivi?

Hai collaborato con artisti di diversi mondi sonori, cosa ti ha emozionato di più sino ad oggi?
Forse quando Pino Daniele mi invitò come suo ospite al concerto che fece al San Paolo nel 98. Nel bis mi chiese di cantare con lui “Yes I know my way”. Ricordo di aver pensato che la mia carriera sarebbe potuta finire anche quella sera e sarebbe andata bene così.

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