di Sandy Fiabane

Ogni volta che sento o leggo le ultime dichiarazioni, soprattutto da parte del mondo politico, penso due cose: “Sicuri che non sia Lercio?”, seguita dalla domanda se si sia ormai irrimediabilmente persa quella cosa che si chiama dialettica. In un mondo fatto di tweet, pare che anche laddove ci siano il tempo e lo spazio di argomentare seriamente la propria posizione (quale che sia) ci si perda nella banalità di un eloquio spesso povero e sciatto, evadendo i nodi centrali della questione. Ma quel che spaventa di più, forse, è che risulta più efficace così. E non serve schierarsi da una parte o dall’altra, vale per tutti. Veramente è diventato inefficace e inutile sapersi esprimere?

Seguo ormai pochi dibattiti televisivi da un po’, vista anche la scarsità di domande serie. E le risposte sono forse ancora peggio: si predilige la frase a effetto, piuttosto che la sostanza. Per carità, si tratta di un malcostume diffuso a più livelli e da sempre sfruttato. Abolire la povertà (davvero?), mangiarsi lo spread a colazione, esultare per l’arresto di un collega politico (indipendentemente da come la si pensi) o sbattere i “bastardi islamici” in prima pagina (per non dimenticare), è segno se non altro che sulla decenza c’è ancora da lavorare.

Sul mestiere del politico si è scritto e dibattuto per secoli, cercando di delineare lo Stato ideale. Ma l’impressione che ne esce, oggi, è che anche buona parte del mondo della cultura non abbia più la pazienza e la capacità di essere sopra le parti e di argomentare, portandoli alla luce, limiti e difetti della realtà nel suo insieme, come ha sempre fatto nel passato. Se il livello di informazione di cui noi per primi ci accontentiamo si ferma ai 280 caratteri, come possiamo pretendere da chi decide le leggi che regolano la nostra vita quotidiana un po’ di serietà nel parlare al popolo che gli paga lo stipendio?

Parlando qualche giorno fa con la madre di un ragazzo delle superiori, è emersa la difficoltà (anche per gli insegnanti) di mantenere la concentrazione dei giovani per più di 20/30 minuti. Forse, quello che ci frega della società di oggi, è proprio la velocità che pretendiamo ormai ovunque: nel lavoro, in fila alla posta, al ristorante il sabato sera, e inevitabilmente anche nell’informazione. La mia impressione è che si crei così un bagaglio culturale piuttosto scarno, fatto di singole parole e di poco approfondimento.

Colpa della società? Colpa della tecnologia? Non credo. Anch’esse, come tutto, hanno risvolti positivi e negativi. Se si vuole, ci si informa. E lo si deve fare prima di tutto per saper esprimere il proprio pensiero e, poi, per non farsi trasportare troppo facilmente da slogan scontati e per la maggior parte infondati. Non siamo più abituati a ragionare e si giudica troppo facilmente. Così, ci facciamo togliere anche l’unica vera libertà che ci è rimasta: quella di pensare.

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