Milano, la città del panettone, del risotto all’osso buco, del “Non ho tempo da perdere”, la città della Rinascente, della moda, dell’Ultima cena, delle cartomanti di Brera, del Milan e dell’Inter. Milano a gambe aperte che ride e si diverte, come cantava Dalla, Milano di giorno e Milano di notte. La città nella quale sono nato 49 anni fa con le lacrime agli occhi per la commozione cerebrale di avere sbattuto la testa contro la vita. Una craniata piena di luce e di tenebre.

Vivere a Milano senza lavorare è uno scandalo. Sono un disoccupato rigoglioso, tutte le mie mattine si spalancano su un vuoto da colmare con fantasia e disperazione, sono un uomo libero, l’unica mia prigione è l’Essere. Soffro di claustrofobia ontologica, mi sento soffocare in tutto ciò che è, ma il nulla è una via di fuga che non mi convince, anche perché sono molto legato a quel fenomeno che si chiama “aperitivo“.

L’aperitivo mi ha reso anche ateo, dato che non riesco a immaginarmi un Martini cocktail in paradiso. Anche se l’episodio evangelico dell’acqua che si trasforma in vino rappresenta una debole speranza per recuperarmi alla fede, in fondo è stato il primo miracolo di Gesù. La sobrietà è arida, non ha nulla di spirituale, per credere bisogna essere ubriachi, anche d’amore, ma non solo. L’astemio è il vero ateo. Una coppa di champagne è metafisica dorata, con tutte quelle bollicine che aspirano a scalare le pareti di cristallo per fondersi con l’assoluto. Milano da bere, appunto.

Sono un uomo che pratica un’infinita gentilezza mondana, avendo tempo da perdere, lo perdo volentieri con i miei simili. Sono sempre disponibile, non conosco la fretta, la fretta uccide. Eppure quando ricevo il bonifico mensile di mamma, una specie di senso di colpa, molto vago ma presente come una nebbiolina, mi pizzica le corde vibranti della coscienza. I miei concittadini lavorano, si fanno il mazzo, per dirla senza mezzi termini. E io? Che cosa faccio? Come contribuisco?

I miei fratelli spirituali sono i vagabondi, i matti, i disperati, gli emarginati, i bambini, i vecchi. Tra di loro mi sento in pace, tra di loro mi sento vivo. Quando assisto a un corteo di lavoratori che protestano giustamente per migliorare la propria condizione, vorrei abbracciarli tutti e chiedere scusa per quello che sono: un lavativo. Ma c’è anche l’orgoglio! L’orgoglio non mi spinge a cercarmi un lavoro, questo no, mica sono matto (in questo caso la lucidità aiuta), l’orgoglio mi spinge a giustificarmi con questi pensieri: Ricky, in fondo vivi sulla spalle di mamma, mica sulle spalle degli altri, e la mamma è sempre la mamma!

E che cosa fai di male? Sei gentile, se sul tram qualcuno ti pesta i piedi sei tu a chiedere scusa, non lavori ma non evadi le tasse almeno, non abbandoni cani sull’autostrada, non fai le scarpe a nessuno, discorri amorevolmente con tutti i pensionati della zona, hai un rispetto sacro per i pedoni che attraversano la strada, anche se non sono sulle strisce, e nel tempo libero (una libertà invadente) cerchi di scrivere qualche verso decente, due o tre aforismi al giorno.

E filmi la vita che poi confezioni in deliziosi cortometraggi, con le musiche originali del tuo amico pianista Nicola Gelo. Non tutti ma molti hanno la colonna sonora originale, non è poco, non è per niente poco, se tutti questi lavoratori avessero una vera passione per la poesia, potrebbero gustare i tuoi ritratti filmati ai poeti, potrebbero dare anche un valore alla tua attività. Non chiedo molto, diciamo 300 euro a ritratto? 200? Ma niente da fare, tu non sai venderti Ricky, non sai proporti, tanto c’è il bonifico di mamma, ti adagi su questa sicurezza, ma ancora per quanto?

L’eredità di papà non è infinita. Che incosciente! Non pensi al futuro? No, non ci penso. Il presente mi morde come una vipera ed è un veleno potentissimo. E gli altri? Quelli che lavorano sono migliori di te? Magari abbandonano i cani in autostrada, non sono gentili come te, evadono le tasse, tradiscono le mogli, picchiano le donne e non hanno mai tempo da perdere, come i morti che il tempo lo hanno perso per sempre. Perdere tempo non è forse l’essenza di ogni vita umana?

Ma già sento il leghista che mi urla: “Ma vai a lavurà!”. Dio, non li sopporto quando li sento dire questa frase! Vai a lavurà? A me? Ma come si permettono? E voi andate a vedere i miei film e a leggere le mie poesie, zoticoni! Ma poi mi pento, vedete come sono gentile? E allora certe mattine cerco lavoro, come nel film cortometraggio che allego a questo pezzo, scritto nell’ufficio di mio padre, qui a Massa, dove papà vendeva turbine a vapore, il vapore che ancora mi sostiene.