di Fabio Tonti

Da 15 anni mi occupo di vendite nel settore del packaging, prima di macchine automatiche per il confezionamento e poi di materiali di imballaggio, soprattutto per uso a contatto con alimenti. Il tipo di packaging a cui mi riferisco è del tipo “usa e getta”: confezioni di plastica, alluminio e carta dove racchiudere le patatine, le merendine dolci, prodotti da forno o freschi, bevande, latticini, ecc. Confezioni che una volta aperte finiscono diritte nel bidone e da lí in qualche discarica, inceneritore o purtroppo nell’ambiente. E che spesso non sono riciclate o non sono riciclabili.

I miei clienti sono aziende medio-grandi e multinazionali del settore alimentare, molte di queste sono famose e i loro prodotti sono letteralmente sulla bocca di tanti. Ho visitato molti dei loro stabilimenti produttivi, in Europa e all’estero; parlato coi loro manager e discusso delle loro sfide e obiettivi. Posso umilmente dire di avere una certa esperienza sul tema e una buona idea di come funziona la supply chain che ruota attorno al packaging di questo tipo.

Proprio per questo motivo vorrei dare il mio contributo alla discussione riguardo al tema della riduzione o eliminazione della plastica. Inizio dicendo che mi fanno un po’ sorridere certi proclami entusiastici, che promettono di risolverlo tramite una leggina e qualche incentivo. Bisogna innanzitutto sapere che l’imballaggio detiene un ruolo fondamentale nella protezione, conservazione, trasporto e promozione del prodotto.

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Abolire la plastica vuol dire trovare qualcosa che – in maniera altrettanto economica e fruibile – possa:

1. Proteggere il cibo durante periodi di trasporto che possono durare mesi, in condizioni non proprio ideali (alte/basse temperature, umidità, urti, ecc), durante i quali ridurne al minimo la degradazione

2. Garantire il confezionamento su linee di produzione sempre più veloci, performanti e che per questo motivo necessitano di materiali dalle determinate caratteristiche

3. Presentare superfici su cui si possano facilmente stampare le necessarie informazioni richieste per legge (ingredienti, tabella nutrizionale, tracciabilità) e svolgere attività di marketing e promozione (logo, immagini accattivanti del prodotto o finestre trasparenti per vederlo, offerte)

4. Comporre confezioni che non contaminino o alterino il cibo con cui sono a contatto, trasferendogli sostanze chimiche a volte provenienti dall’esterno, a volte provenienti dal packaging stesso

5. Realizzare involucri che non facciano fuoriuscire niente dalla confezione: al suo interno ci sono sia prodotti con un loro odore per esempio, sia sostanze necessarie alla sua preservazione (acqua per la mozzarella, azoto per il caffé).

Passare dalla plastica a qualcos’altro richiede un cambiamento radicale in ognuno degli step esposti sopra, cioè investimenti in materiali, processi, tecnologia e macchinari. E con ogni probabilità anche la rinuncia ad alcuni dei confort oggi disponibili quando si entra nei supermercati – vere e proprie mecche dell’imballaggio per noi del settore.

Quante macchine automatiche dedicate alla produzione, trasformazione e utilizzo di packaging esistono al mondo? Quanto costerà modificarle, rimpiazzarle e in quanto tempo sara possibile farlo? I volumi di plastica attualmente usati a questo scopo sono nell’ordine delle centinaia di milioni di tonnellate annue. Esistono materiali alternativi, ma sono disponibili in egual volume?

Questo per sottolineare che l’obiettivo di rimpiazzare la plastica non è impossibile, anzi auspicherei che si facesse il prima possibile, ma che l’approccio al problema deve necessariamente essere di tipo olistico, per non intraprendere strade che portano a vicoli senza uscita o a situazioni ancora peggiori di quella di partenza. Il mio consiglio sincero è di diffidare dalle facili e veloci ricette, che quasi sempre sono “vendute” da chi ha interesse non a risolvere il problema, ma a usarlo per aumentare il proprio fatturato.

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