In questi giorni è sorta una polemica a Modena perché alla festa di compleanno di un bimbo portatore di disabilità su 23 compagni di scuola se ne è presentato solo uno. Non voglio entrare nel caso specifico perché non conosco i dettagli controversi. I bimbi prima chiamati handicappati, poi disabili e infine ora portatori di disabilità, come afferma quest’ultima definizione, non sono diversi dagli altri ma sono gravati da un problema che, stante l’attuale evoluzione della scienza medica, non è possibile risolvere completamente.

Il loro inserimento nelle scuole normali, non più in quelle differenziali, viene sancito con diverse e progressive leggi dagli anni 70 fino agli anni 90. Agli occhi di molti questo inserimento appare come un diritto dei ragazzi, con qualche problema che però grava su tutti gli altri. Chi mugugna contro ritiene che le scuole siano, per lo più, scarsamente attrezzate, che il ragazzo disabile avrebbe maggiori benefici in scuole o classi specializzate e ben attrezzate ad accoglierlo e che gli altri ragazzi possono perdere delle opportunità di studio e apprendimento perché, inevitabilmente, gli insegnanti, pur con l’ausilio di ore di appoggio, vengono molto impegnati. Chi è a favore pone al centro dell’attenzione il diritto del ragazzino a sentirsi inglobato nel gruppo dei suoi pari e, per quanto è possibile, vivere una socialità positiva e non ghettizzante nei paesi e nelle città.

Come psicologo ho conosciuto genitori di ragazzi portatori di disabilità che vivevano due opposti sentimenti: da un lato la rivendicazione dei diritti dei loro figli e dall’altro il timore di arrecare disturbo agli altri e di sentirsi perciò ghettizzati. Spesso succede che l’inserimento è molto semplice e proficuo nelle scuole elementari e medie mentre diviene problematico alle superiori. Il problema dell’esclusione si presenta durante la fase dell’adolescenza in quanto si strutturano dei sottogruppi nelle classi che tendono alla coesione tenendo fuori gli altri.

Sono convinto che il bambino o ragazzino portatore di disabilità sia una importante risorsa per gli altri ragazzi perché li aiuta sul piano inconscio. Ogni essere umano ha paura di non essere all’altezza delle sfide che la vita gli pone davanti. Le sconfitte sono molto superiori alle vittorie per un fatto meramente statistico in quanto per un vincitore in un torneo, un campionato o prova ci sono decine di perdenti. Soprattutto, a livello inconscio, anche chi, al momento, è vincente avverte che la possibilità di fallire o trovarsi in difficoltà è sempre presente.

Soprattutto in adolescenza molti ragazzi soffrono per il timore di essere diverso e inferiore agli altri. Da qui la tendenza adolescenziale a omologarsi nei vestiari, comportamenti e modi di atteggiarsi. Avere l’esperienza del contatto emotivo con qualcuno che porta sulla sua pelle una disabilità ma che riesce ugualmente a essere un essere umano sereno e, spesso, felice è una grandissima esperienza. Se infatti imparo a tollerare la diversità, la difficoltà e la sofferenza negli altri potrò tollerare gli stessi problemi in me stesso. Quando in età adolescenziale, giovanile o adulta mi sentirò perdente, sconfitto o incapace e soffrirò perché, casomai, sono stato lasciato dal fidanzato nel mio inconscio potrò aggrapparmi, per non soccombere, all’esperienza positiva di un compagno portatore di disabilità che era felice anche se non perfetto.

Dobbiamo evitare che nei nostri figli si costruisca l’equazione mentale perfezione uguale a felicità e imperfezione come fonte di infelicità. Per questo motivo ritengo che sia interesse dei ragazzi fortunati che non presentano disabilità incontrare qualcuno che gli permetta di scoprire che si può essere felici anche se diversi e meno prestanti.

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