di Luigi Manfra *

“Il Mar Morto sta morendo, ma non è un gioco di parole”, così iniziava il post che ho pubblicato sul Fatto.it nel settembre del 2016. Infatti il grande lago salato ai confini tra Israele e Giordania, alimentato principalmente dalle acque del fiume Giordano, vede un calo del livello dell’acqua di un metro all’anno che ha ridotto la sua superficie da 960 km a 620 km quadrati negli ultimi cinquant’anni. Le cause del fenomeno non sono soltanto di carattere naturale, a causa della forte evaporazione per l’eccesiva temperatura estiva, ma dipendono anche da fattori antropici, il maggiore dei quali è politica idrica adottata da Israele. Negli anni sessanta lo Stato ebraico ha costruito una diga sul lago Tiberiade che ha ridotto la portata del Giordano, deviando nella rete idrica del paese la maggior parte del flusso delle acque che una volta alimentavano il Mar Morto.

Questo lago salato ha per i paesi rivieraschi (Israele, Giordania e Cisgiordania palestinese) un rilevante significato economico, sia dal punto di vista industriale – con stabilimenti per la cosmetica e la chimica agricola – che turistico, con circa quattromila camere di albergo di vario livello, villaggi turistici, ostelli con aree di parcheggio, spiagge pubbliche, riserve naturali.

Per tentare di risolvere la drammatica situazione in cui versa il Mar Morto, nel 2013 Israele, Giordania e Autorità palestinese hanno presentato congiuntamente un progetto per collegare il bacino al Mar Rosso. Tale progetto prevede più impianti: una condotta che dalla costa orientale del Golfo di Aqaba arriva al Mar Morto per consentire che l’acqua salata del primo si possa riversare in quest’ultimo, un impianto di desalinizzazione per ottenere acqua dolce, e una centrale per produrre l’elettricità. L’inizio dei lavori sarebbe dovuto avvenire nel primo semestre 2017. Ma a causa di ritardi tecnici e motivi politici contingenti Israele ha bloccato il piano, che ancora oggi è fermo.

In realtà, studi recenti mettono in luce molte criticità in un contesto mutato in cui la crisi idrica dell’area, dovuta a sei anni di siccità consecutiva, è diventata sempre più grave. La stessa Israele si trova in grande difficoltà, nonostante abbia attuato nell’ultimo decennio un piano imponente di dissalatori che garantiscono circa il 70% del fabbisogno idrico della popolazione. Emblematico a tale proposito è il lago Tiberiade, detto anche mare di Galilea, alimentato dal fiume Giordano, che nel marzo 2017 aveva raggiungo i livelli più bassi del secolo, tanto che si è deciso di riempirlo con 100 milioni di metri cubi di acqua di mare desalinizzata. Nel prossimo decennio sono previsti nuovi dissalatori e, soprattutto nuovi acquedotti per portare l’acqua verso il nord e l’interno di Israele, dove i bacini idrici e le sorgenti sono a livelli minimi.

Ma questo progetto, se mai partirà, sarà in grado di salvare il lago salato? Molti studiosi, a più riprese, hanno messo in dubbio la validità del piano a causa delle sue dimensioni. Infatti la quantità di acqua trasportata dal Mar Rosso al Mar Nero dipende dalla capacità di trattamento dell’impianto di desalinizzazione localizzato ad Aqaba, città giordana sul mare. L’acqua di risulta di questo processo , molto salata, sarà quella che verrà incanalata verso il Mar Morto. Si tratta di una quantità modesta che non ne modificherà sensibilmente il livello. A parere di Gidon Bromberg, co-direttore israeliano di EcoPeace, l’aumento sarà di soli dieci centimetri a fronte del metro perso ogni anno dal lago salato. Anche da un punto di vista economico il progetto non è remunerativo, e non consente nemmeno il reintegro dei costi complessivi dell’impianto, pari a dieci miliardi di dollari.

La soluzione ottimale, secondo Bromberg, non risiede in progetti infrastrutturali costosi e invasivi, ma nel tenere separati i due aspetti. Per il fabbisogno idrico è necessario un piano di razionalizzazione dei consumi che riduca gli sprechi e aumenti l’efficienza sia negli usi civili che in quelli produttivi, riducendo i prelievi dal fiume. Per quanto riguarda invece il Mar Morto, la natura ha già costruito una conduttura naturale che si chiama fiume Giordano il quale, fino ai primi anni sessanta, riversava nel bacino 1.300 metri cubi d’acqua al secondo contro i 30 metri cubi di oggi.

L’apertura della diga Degania sul lago di Tiberiade, e il conseguente aumento del flusso d’acqua nel fiume Giordano, è l’unica soluzione ragionevole che potrebbe salvare il Mar Morto. A questo riguardo già esiste un piano del governo israeliano, varato nel 2009 come piano per la riabilitazione del Giordano al fine di rinvigorire e risanare il fiume, inquinato e carente di acqua. Il progetto, poi sospeso per la prolungata siccità degli anni seguenti, prevedeva l’immissione di circa mille metri cubi d’acqua ogni ora, per arrivare a 30 milioni di metri cubi l’anno. Le quantità sono modeste, e certamente non risolvono nell’immediato i problemi del Mar Morto, ma la strada è quella, e con l’avanzare del piano previsto di nuovi impianti di desalinizzazione in Israele le quantità immesse potranno aumentare.

* Responsabile scientifico del Centro studi Unimed, già docente di Politica economica presso l’Università Sapienza di Roma