Niente provvedimenti simbolo, così come era accaduto con Letta, Renzi e Gentiloni. A leggere il rapporto dell’osservatorio civico Openpolis, la differenza principale tra i primi cento giorni del Governo Conte e i suoi predecessori sta proprio nella mancata approvazione di quelle norme-bandiera da campagna elettorale. Così, nel confronto numerico l’attività legislativa dell’esecutivo pentaleghista è inferiore, anche a causa del tempo impiegato per il comntratto di governo, la complicata formazione della squadra dei ministri e di altri passaggi fondamentali della legislatura, in primis la costituzione delle commissioni permanenti. “Certamente – è scritto nel report – i primi 100 giorni degli esecutivi Letta, Renzi e Gentiloni sono apparsi più ricchi di proposte politiche di governo. Quantità non vuol dire qualità – ha sottolineato Openpolis – e non si sta dando una valutazione sulla bontà dei testi portati avanti dai singoli governi, ma sicuramente le proposte normative degli esecutivi precedenti erano state di più”.

“POCA FORZA PROPOSITIVA RISPETTO AI PREDECESSORI” – Resta il fatto che quella di Giuseppe Conte, secondo Openpolis, è stata una partenza a rilento: poche proposte politiche, una maggioranza in Parlamento ancora non rassicurante, la questione delle nomine mancanti (Rai su tutte) e il problema dei doppi incarichi. L’osservatorio civico ha analizzato i primi cento giorni a Palazzo Chigi di Lega e 5 Stelle alla luce di un confronto con gli esecutivi Letta, Renzi e Gentiloni. Se in passato, come detto, i primi mesi sono stati impiegati per la presentazione dei provvedimenti simbolo dei vari esecutivi (dall’abolizione del finanziamento pubblico diretto ai partiti del governo Letta alla riforma costituzionale del governo Renzi) lo stesso non si può dirsi per il governo Conte. Molto tempo è stato impiegato non solo nella stesura del contratto di governo e nell’individuazione dei ministri, ma anche in altri momenti centrali per le dinamiche politiche e legislative del paese, come la costituzione delle commissioni permanenti. “Una volta partito l’attuale esecutivo però – scrive l’osservatorio – non ha avuto la stessa forza propositiva dei governi precedenti. Le proposte politiche in Parlamento sono state poche e quelle poche che sono finite all’attenzione di Camera e Senato hanno avuto delle approvazioni fuori dalla norma”.

IL SOSTEGNO IN PARLAMENTO – Dopo l’esecutivo tecnico di Mario Monti, è stato stipulato un accordo di governo tra forze politiche che non erano alleate durante la competizione elettorale. Il governo di Conte, come quelli di Letta, Renzi e Gentiloni, non è nato con una maggioranza solida. Il giorno della fiducia a Montecitorio ha ottenuto 350 voti favorevoli, solamente 34 oltre la soglia di maggioranza (quota 316). “Si tratta del peggior risultato per un governo al suo insediamento dall’esecutivo Letta ad oggi” scrive Openpolis. A Palazzo Madama i senatori a sostegno dell’esecutivo sono stati 171, solamente 10 oltre quota 161 della maggioranza assoluta. In questo caso, però, avevano fatto peggio gli esecutivi Renzi e Gentiloni, entrambi con 8 voti di scarto. Questa situazione si è poi naturalmente riflessa sulle votazioni in Parlamento nel corso di questi primi mesi di governo.

I NUMERI DEI PROVVEDIMENTI APPROVATI – Tra i provvedimenti presentati dall’esecutivo, oltre a 4 decreti già convertiti in legge, il Parlamento ha anche discusso l’annuale Milleproroghe, con un primo via libera da parte di Palazzo Madama dove i numeri dell’esecutivo sono più incerti. Tra questi 5 provvedimenti approvati al Senato solamente due hanno ottenuto più di 161 voti favorevoli (soglia abituale di maggioranza): il decreto per il riordino delle competenze nei ministeri e quello per la cessione di unità navali alla Libia. Gli altri tre (Milleproroghe, il Decreto dignità e quello per il Tribunale di Bari) sono stati approvati con meno voti di quelli abitualmente necessari per ottenere il via libera dell’aula. Il Decreto dignità, ad esempio, al Senato è stato approvato con 155 voti favorevoli, 6 in meno rispetto alla soglia di maggioranza. Questo è stato possibile perché il numero di partecipanti alle sedute era particolarmente basso e ha così ridotto la quota di voti da raggiungere per ottenere l’approvazione.

COS’HA FATTO IL CONSIGLIO DEI MINISTRI – I disegni di legge deliberati dal consiglio dei ministri sono stati 11, di cui 8 per la ratifica di trattati internazionali. Gli altri tre sono il rendiconto generale dello Stato per il 2017, l’assestamento di bilancio, entrambi provvedimenti standard e annuali e una proposta di legge del ministro Grillo in materia di sicurezza per le professioni sanitarie. Su 11 disegni di legge quindi, solamente uno è il frutto di una reale proposta di governo. Discorso simile sui decreti legge. A parte il Milleproroghe, tre di essi rispondono a esigenze imminenti ed eccezionali (l’emergenza del tribunale di Bari, la cessione delle unità navali alla Libia, il riordino dei ministeri). Di fatto solamente il Decreto dignità risulta essere una vera proposta politica di governo. Quindi, dei 17 provvedimenti deliberati dal Cdm, solamente due sono proposte politiche di governo: il decreto dignità e il ddl Grillo sulla sicurezza delle professioni sanitarie. A decreti e disegni di legge vanno aggiunti i decreti legislativi. Diciassette quelli deliberati: 9 hanno attuato direttive o regolamenti europei, 5 hanno integrato o corretto decreti legislativi passati (4 risalenti al governo Gentiloni e uno al governo Renzi), mentre 3 hanno contribuito all’attuazione di leggi approvate da precedenti esecutivi.

LE NOMINE MANCANTI – Quanto alla squadra di governo risulta ancora incompleta. Una situazione senza casi analoghi nella scorsa legislatura. La nomina ufficiale dei viceministri, annunciati come 6 nei giorni dell’insediamento del governo, sta andando a rilento. Ad oggi solamente Emanuela Del Re è stata nominata viceministro (alla cooperazione presso il ministero degli Affari esteri). Nomina che tra le altre cose era dovuta, essendo un obbligo di legge la presenza di un viceministro alla cooperazione. Stesso discorso per le deleghe dei sottosegretari. Ricostruendo la questione sui siti ufficiali dei ministeri, solamente 6 dei 13 ministeri con portafoglio hanno assegnato le deleghe ai sottosegretari. Più precisamente sono state assegnate le mansioni ai sottosegretari del ministero dell’Agricoltura, della Cultura, degli Esteri, della Giustizia, dell’Interno, della Salute e dello Sviluppo economico.

IL PROBLEMA DEI DOPPI INCARICHI – Capitolo a parte quello che riguarda i membri del governo che sono anche parlamentari. “Proprio perché l’esecutivo non ha una solida maggioranza in entrambi i rami – sottolinea l’osservatorio – la loro capacità di partecipare ai lavori dell’aula, specialmente al Senato, può avere delle ripercussioni sulla forza dell’esecutivo nei dibattiti parlamentari. Al momento parliamo di 49 parlamentari (36 deputati e 13 senatori), tra cui 11 ministri: Bonafede, Bongiorno, Centinaio, Di Maio, Fontana, Fraccaro, Grillo, Lezzi, Salvini, Stefani e Toninelli. Questo doppio incarico, consentito dalla legge, non permette loro di partecipare assiduamente ai lavori dell’aula e, proprio per questo motivo, la loro percentuale di presenze alle votazioni elettroniche è molto basso.

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